“L’atlante degli abiti smessi” di Elvira Seminara (Einaudi, 2015)

 

… ogni armadio è come la biblioteca di Borges, illimitato e progressivo, inesauribile. Lo apri e non riesci più a chiuderlo, si riapre, straborda, ride. Sghignazza, certe volte. 

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Non è un libro di moda o di tessuti l’Atlante degli abiti smessi, l’ultimo romanzo di Evira Seminara uscito per Einaudi nel 2015. Ma un romanzo atipico dal sapore un po’ rétro, suggestivo e pieno d’umanità.

Costruito in forma di catalogo, è il testamento epistolare di una madre che ha strappato il rapporto con la figlia “come un lenzuolo che ha subito troppi lavaggi, vestito troppi letti”.

Siamo nel 1992. Eleonora, una donna eccentrica di 45 anni, si trova a Parigi dopo la scomparsa dell’ex marito. Per cercare di scrollarsi di dosso il rancore della figlia che la accusa di essere la causa della morte del padre, decide di regalarle il suo armadio della casa di Firenze, ma soprattutto un inventario nel quale catalogare giorno dopo giorno con precisione maniacale i capi d’abbigliamento. Nell’armadio abitano vestiti ossessivi, vestiti compassionevoli, vestiti che ricordano troppo, vestiti del perdono, vestiti sopravvissuti “che reggono i peggiori addii”, vestiti “che hai paura a rimettere, perché quel giorno sei stata così felice”. 

Sotto la montagna di tessuti, fogge e colori diversi, si nasconde uno sterminato campionario di sentimenti, ossessioni, gelosie e rancori che caratterizzano le difficili relazioni umane. Il “viaggio impetuoso nell’armadio” è in realtà una peregrinazione nelle innumerevoli pieghe del cuore umano.

E’ un vademecum per vivere meglio, dentro e fuori di sé. E’ necessario proteggere i confini con cuciture forti, resistenti”.

Gli abiti si intrecciano con i ricordi e le confessioni di Eleonora, una madre che sente profondamente l’assenza di sua figlia, ma che sa anche prendere la vita con un pizzico di leggerezza e ironia.

E tra un elenco vorticoso e un altro, la protagonista, da attenta osservatrice qual è, scrive anche la biografia del condominio in cui vive a Parigi tratteggiando scene a volte davvero esilaranti (come nel ritratto delle sorelle obese).

Da leggere e rileggere: per la scrittura sapiente ricca di parole accuratamente scelte e un utilizzo originalissimo dell’aggettivo (“silenzio terroso”, “palazzo introverso”). Da sottolineare i giochi di parole e le strepitose similitudini. 

Consiglio di lettura: da leggere non tutto d’un fiato ma a “piccole dosi”, rileggendo passi già letti e sottolineando quelli che ci hanno maggiormente colpito. E ce ne saranno parecchi!

Io vado al ballo delle parole. Ne scelgo una fra tante, la spolvero e guardo, finché prende a brillare. Faceva così, la Dickinson. La tengo sospesa con due dita in aria, come una farfalla. E infatti quando la poso, ogni volta, resta stecchita sulla scrivania, non vola più.

 

Elvira Seminara, giornalista e pop art ha pubblicato per Mondadori L’indecenza (2008) e per Nottetempo Scusate la polvere (2011) e La penultima fine del mondo (2013). I primi due romanzi sono stati messi in scena nel 2014 e 2015 dal Teatro Stabile di Catania. Suoi testi sono tradotti in diversi Paesi. Vive ad Aci Castello.

 

 

 

 

 

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Biglietto lasciato prima di non andar via (Giorgio Caproni)

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Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai

partito.

 

Il mio viaggiare

È stato tutto un restare

qua, dove non fui mai.

(da Il franco cacciatore, 1982)

 

Il tema del viaggio viene considerato come un filo rosso che si dipana attraverso tutta l’opera poetica di Giorgio Caproni (1912 – 1990) , tanto da essere considerato come uno dei tre elementi portanti della sua poetica insieme al tema della madre e della città. Il valore del tòpos è chiaramente allegorico: il viaggio è quello della vita, dell’esistenza umana priva di certezze e della precarietà della nostra condizione. Queste due brevi terzine sintetizzano tutto il senso del vuoto e dell’assenza che pervade la poesia caproniana.

 

Altri versi della raccolta vengono richiamati:

 

Smettetela di tormentarvi.

Se volete incontrarmi,

cercatemi dove non mi trovo.

 

Non so indicarvi altro luogo.

 

 

 

Consigli di lettura sotto l’albero – Anno 2017

Quelli che vi propongo sono tre libri di narrativa usciti nel 2017 e che testimoniano come il romanzo oggi sia  ben lungi dall’essere morto o in cattiva salute. La storia personale dei singoli personaggi si intreccia inestricabilmente con la Storia con l’iniziale maiuscola, con la situazione sociale e politica dei Paesi in cui si svolgono i fatti.  I primi due romanzi sono degli splendidi affreschi della storia dell’Europa degli anni Trenta e della crisi che precipiterà nel fascismo e nel nazismo. Il terzo è un potente thriller psicologico, attuale e profondo, ambientato nello stato di Israele che si confronta con le migrazioni dei profughi eritrei.

Buona lettura!

gerda

La ragazza con la leica di Helena Janeczek (Guanda, 2017) è la storia della prima fotoreporter caduta giovanissima sul campo di battaglia durante la guerra civile spagnola, la tedesca Gerda Taro al secolo Gerta Pohorylle. Donna unica, coraggiosa e libera non volle abbandonare il fronte quando non c’era più alcuna speranza. Fino al giorno della sua morte rifornì le principali riviste dell’epoca di immagini sensazionali, spesso scattate insieme al fotografo ungherese e suo compagno, Robert Capa. Romanzo molto ben documentato ma anche con una grande componente emotiva che non può non affascinare il lettore.

Libro particolarmente indicato per i lettori che amano la storia della fotografia o per chi desidera conoscere le grandi figure femminili del Novecento che hanno saputo difendere strenuamente i propri ideali fino all’ultimo.

 

Il-viaggio-di-Yash

Il viaggio di Yash di Jacob Glatstein, traduzione a più mani curata da Marisa Ines Romano (Giuntina, 2017)  è il racconto, intimo e corale, del viaggio di un ebreo diventato americano verso le sue origini mitteleuropee. Yash è l’alter ego dell’autore che ripercorre in senso inverso, da New York a Lublino in Polonia, la rotta delle migrazioni ebraiche in un periodo storico in cui chi poteva fuggiva dall’Europa a causa dell’ombra di Hitler che incombeva sempre più minacciosa.  Vivida ed eccezionale la descrizione dei volti e dei mondi interiori dei compagni di viaggio del protagonista.

Consigliato ai lettori che amano le  grandi saghe ebraiche del primo Novecento.

 

svegliare-i-leoniSvegliare i leoni è il secondo romanzo della giornalista e scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen tradotto in Italia da Ofra Bannet e Raffaella Scardi  per la la Casa Editrice Giuntina (2017). Tornano i temi delle migrazioni e del razzismo ma al giorno di oggi. La vita ordinaria di un onesto medico israeliano viene stravolta improvvisamente in una calda sera quando investe con la jeep un profugo eritreo nel deserto, per poi fuggire lasciando l’uomo al suo triste destino. “E tu cosa avresti fatto al suo posto?” sembra chiedere l’autrice al lettore che rimane incollato alle pagine dall’inizio alla fine. Perché è anche un libro che costringe a confrontarsi con se stessi, con le proprie fragilità morali e le inevitabili zone d’ombra che si annidano nella nostra coscienza.  Intenso, imprevedibile, immediato pieno di spunti di riflessione.

Libro da regalare a coloro che hanno già amato (e sono tanti) la prima prova dell’autrice,  Una notte soltanto, Markovitch (Casa Editrice Giuntina, 2015).

“Lo dice il mare”, a cura di Barbara Panetta (Edizioni Il Foglio 2017)

lo dice il mare

 

Il mare è una distesa blu leggermente increspata dal vento di ponente. Le barche ondeggiano al ritmo di una musica misteriosa che risale direttamente dal flusso delle maree e si lascia lambire dalla risacca. Sembra di sentirla quella musica, anche se nessuno la sta suonando, anche se quella melodia nessuno l’ha mai ascoltata a Sausalito. (tratto da “La leggenda dell’uomo seduto sul molo” di Francesco Villari)

Quante sono le voci del mare? Tante, tantissime, infinite. Mare come grembo materno che genera vita; mare come distesa azzurra che consola e divide allo stesso tempo; mare amico e amante che si pone in ascolto. Ma anche “mare del silenzio”, “un posto che non avvisa quando ti afferra né ti permette di scappare”.

Queste e molte altre voci riecheggiano nella raccolta di racconti  Lo dice il mare a cura di Barbara Panetta per Edizioni Il Foglio. Ancora una volta un’antologia dedicata alla distesa azzurra; questa volta però a raccontare il mare non sono i grandi classici della letteratura italiana o straniera, ma venticinque perlopiù giovani autori provenienti da esperienze molto diverse tra loro come cinema, grafica, teatro e poesia, con una passione in comune, appunto il mare. Il risultato è un prodotto policromo fatto di stili e generi letterari più disparati. Si va dal romantico al fantastico passando attraverso l’horror.

Il mare sempre uguale eppure sempre così diverso.

… la cosa tremenda che ha (il mare) è che un’onda arriva una volta, e non torna più. Non ce ne sarà mai una uguale. A pensarci, ti toglie il fiato, no? (tratto da “Alla deriva” di Sasha Naspini)

Accanto ai luoghi immaginari torbidi e cupi, esiste una geografia precisa di questo mare; è il mare del sud, come quello d’Ischia, ma soprattutto della Sardegna, luogo dal quale ci si allontana per poi ritornare, come nel racconto di Marina Atzori “Messaggio in bottiglia”:

Mi improvvisai marinaio salendo sulla mia piccola barca per ritrovare il bene più prezioso che avevo: me stesso.

Approdai così su un’isola, l’Asinara. Ero sempre stato persuaso dal fatto che questo sarebbe stato il luogo adatto per iniziare a pormi delle domande. Per quale assurda ragione, fino a quel momento, ero rimasto così a lungo lontano dalla mia terra d’origine? Eppure non volli mai tornarci. Cambiai idea solo il giorno in cui mio padre scomparve. Doveva pur esserci un inizio da qualche parte, lontano da tutto e da tutti dopo quel pugno nello stomaco.

 

Ogni racconto è corredato da una fotografia in bianco e nero realizzata da due bravi e attenti artisti, Diego Bullita e Francesco Turano.

Il libro è un omaggio a uno dei temi della narrazione più cari agli scrittori e ai poeti di ogni tempo e di ogni luogo, un’antologia moderna costruita come una traversata nel mare dell’animo umano, costellata di sofferenze, ricordi, gioie e tormenti.

 

Gli autori presenti nell’antologia: Luca Martini, Maria Silvia Avanzato, Piergiorgio Pulixi, Luca Raimondi, Barbara Panetta, René Corona, Tiziana Iaccarino, Alessandro Berselli, Sacha Naspini, Elisa Genghini, Gianluca Morozzi, Elisabetta Bagli, Gordiano Lupi, Fabio Mundadori, Francesca Viola Mazzoni, Mara Munerati, Francesco Villari, Patrizia Sorcinelli, Filippo Sorgonà, Fabrizio Carollo, Andrea Guglielmino, Massimo Padua, Andrea Broggi, Tommaso Franco.

 

Barbara Panetta, di origini calabresi, vive a Londra con la sua famiglia. I suoi studi linguistici, la passione per il ballo e la psicoanalisi l’hanno portata a scrivere il suo primo romanzo “Ricordi in movimento”. Ha partecipato a diverse antologie e si è occupata della traduzione di scritti critici specialistici collaborando con i musicisti Quagliarini e Viale.

 

 

 

Paolo Ciampi

 

ciampi

Cammino e vedo. Cammino e sono dentro le parole di Dino. La natura si fa verso o piuttosto il contrario, il verso si fa natura. Che è come dire che il fuori si fa dentro e viceversa. Passeggiare poetando: chi lo diceva? I passi nella poesia, la poesia nei passi. (So che si chiama la partenza o il ritorno tratto da “L’aria ride. In cammino per i boschi di Sibilla e Dino”)

Passioni. La straordinaria vita di Cristina Trivulzio di Belgioioso (Edizioni Il Foglio, 2015)

cover passioni

Protagonista di questo romanzo storico della docente elbana Maria Gisella Catuogno, una #donnacheleggevatroppo dell’età risorgimentale, Cristina Trivulzio di Belgioioso, principessa dalla vasta cultura, abile con la penna e la parola. Lo studio e la lettura furono solo due delle tante, appunto, passioni di questa nobile dalla personalità poliedrica: rivoluzionaria ma anche filantropa, avventuriera e allo stesso tempo insofferente all’oppressione straniera. Cristina, bella, di una bellezza particolare, definita “assetata di verità” dal poeta romantico Heinrich Heine, sedusse con il corpo e con la mente schiere di uomini di tutte le età.

A dodici anni, aveva già il fascino e la grazia di una giovane donna: a differenza della madre, robusta e prosperosa, lei era alta e esile come un giunco, con grandi occhi, scuri come la notte, e una chioma abbondante, fluente, naturalmente mossa, che portava, con la scriminatura nel mezzo, semiraccolta, o a chignon sullo splendido collo. 

Lo studio, la musica, la pittura, le riempivano le giornate: tutto l’affascinava e la gratificava. Non c’era una disciplina o un’arte, in cui, applicandosi non riuscisse e di cui non fosse disposta a scoprire la profondità e il valore.

Un personaggio, dunque, con tutte le caratteristiche per catturare subito il lettore, ma che sembra prima di tutto aver conquistato la sua autrice in maniera totale; del resto Maria Gisella Catuogno ha dichiarato di aver sempre amato il movimento culturale che fa da sfondo alla vicenda di Cristina Trivulzio di Belgioioso, il Romanticismo. L’autrice  si cala con empatia nel ruolo della protagonista riuscendo a restituire un ritratto particolarmente vivido e reale. Alla condivisione di emozioni e sentimenti ha poi saputo unire uno studio rigoroso e dettagliato delle fonti storiche che dà grande spessore al personaggio.

 

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Francesco Hayez, Ritratto di Cristina Belgiojoso Trivulzio, 1830-31

Cristina Trivulzio divenuta principessa di Belgioioso con il matrimonio contratto da giovanissima con il dongiovanni Emilio, ebbe il coraggio di sfidare il perbenismo e l’ipocrisia della società ottocentesca lasciando il marito che ripetutamente la tradiva e che aveva minato per sempre la sua salute.

Contemporaneamente si unì con grande determinazione alla causa patriottica che alla fine le causò l’esilio prima dalla sua  amata Milano, poi dall’Italia con lunghi soggiorni in Francia, soprattutto a Parigi. Sarà proprio qui che Cristina entrerà in contatto con tanti artisti come De Musset, Liszt, Rossini e darà inizio alla sua attività giornalistica fondando la Gazzetta italiana.

Mi piace di lei evidenziare la passione per i libri e la lettura che le fece compagnia anche negli anni difficili e intensi dell’esilio.

I lungosenna erano tra i luoghi preferiti del passeggio della principessa in esilio e le soste ai banchetti dei librai il passatempo privilegiato di questi momenti.

Indugiare presso i bouquinistes per qualche occasione libraria, sfogliare le pagine ingiallite dal tempo di opere francesi, ma soprattutto italiane, la inebriava di un benessere quasi fisico. Natura e cultura – pensava allora – quale binomio più affascinante!?

Cristina visse da protagonista i moti rivoluzionari del ’48, curò le ferite dei soldati e organizzò centri educativi per i figli dei contadini.  Ma non rinunciò al suo desiderio di divenire madre. Con la piccola Maria compì una serie di viaggi appassionanti raggiungendo l’isola di Malta, la Grecia, la Turchia e Gerusalemme. In particolare si interessò alla difficile condizione delle donne non occidentali, argomento ancora oggi estremamente attuale.

Così scrisse all’amica Caroline “destinataria dei (suoi) reportage di viaggio in Oriente”:

L’entrata principale dell’harem si chiama Porta delle Carrozze, perché a nessuna donna è permesso oltrepassarla se non in carrozza.  Capisci, Caroline? Un ghetto, una prigione dorata in cui vivono come schiave, sebbene di lusso, centinaia e centinaia di donne.

Ma che prezzo pagano quelle donne – ecco di nuovo la Cristina razionale e progressista -; vivono la loro vita segregate tra interni e giardini, eppure so di famiglie caucasiche o georgiane che aspirano a far diventare le loro ragazze, ancora vergini, odalische, cioè domestiche di mogli e concubine del sultano, sperando di far compiere loro il salto sociale di diventare come le loro padrone, dopo essere state solo schiave sessuali dell’unico gallo del pollaio.

Maria Gisella Catuogno in questa sua prima esperienza nella narrazione romanzesca mostra già tutte le qualità che poi ritroveremo ulteriormente affinate nel secondo lavoro D’amore e d’acqua dedicato a Georges Simenon. Grande rigore e capacità di analisi ma anche  profonda sensibilità che le viene dal suo essere scrittrice e poetessa allo stesso tempo, due modi molto diversi di approcciarsi al mondo e alla scrittura.

Passioni è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, avvincente nella narrazione della storia personale della protagonista e della Storia italiana ed europea, ma che fa anche molto riflettere sulla dura conquista della emancipazione femminile.

Da leggere e rileggere perché ci accompagna per mano attraverso gli eventi storici più importanti dell’Ottocento italiano ed europeo e ci fa (ri)scoprire una figura femminile straordinaria, con l’approfondimento della biografia e la piacevolezza dell’invenzione.

Il libro si è classificato primo nella sezione Narrativa/Saggistica Edita del Premio Casentino 2017.

 

Per saperne di più sull’autrice e sul romanzo D’amore e d’acqua:

https://ladonnacheleggevatroppo.wordpress.com/2017/09/02/damore-e-dacqua-viaggi-avventure-passioni-dei-giovani-georges-simenon-e-tigy-simenon-di-maria-gisella-catuogno-edizioni-il-foglio-2017/