Del flâneur. Breve bibliografia

La parola flâneur deriva dal verbo francese flâner che significa «gironzolare», «perdere il proprio tempo».

Il flâneur, figura letteraria introdotta nell’Ottocento da Luis Huart, Auguste Delacroix e soprattutto da Charles Baudelaire, il poeta moderno per eccellenza, è il gentiluomo che vaga con passo lento e senza meta per le vie della grande città. Con occhi nuovi e grande curiosità osserva attentamente il mutamento che la modernizzazione ha determinato. Qui di seguito un breve bibliografia che potrà e dovrà essere integrata con altri saggi e libri di narrativa.

 

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La passeggiata di Robert Walser, Adelphi edizioni. Traduzione di Emilio Castellani

Racconto di straordinaria altezza poetica scritto nel 1917, La passeggiata è la raffigurazione/trasfigurazione di una giornata di vagabondaggio del passeggiatore Walser che guida il lettore lungo uno straordinario cammino costellato di incontri casuali, inconsueti e sorprendenti. Da segnalare il finale del libro, considerato uno dei più poetici explicit della letteratura del Novecento: “Ho raccolto fiori solo per deporli sulla mia infelicità? mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano. M’ero alzato per ritornare a casa: era già tardi, e tutto si era fatto buio”. Un testo fondamentale.

 

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Il flâneur. Viaggio al cuore della modernità di Alberto Castoldi, Bruno Mondadori editore, 2013.

Attraverso le opere e il pensiero degli intellettuali che hanno rappresentato il modo di vivere del flâneur (da Benjamin a Baudelaire, da Kafka a Simenon, da Virginia Woolf a Cormac Mccarthy), l’autore esplora le caratteristiche di questa misteriosa figura che ha popolato romanzi, poesie, arti figurative, cinema e fotografia. Si tratta di un “vero e proprio viaggio al cuore della modernità”.

 

 

carreraLa  flâneurie. Del camminare come metodo di Letizia Carrera, Progedit, 2018 

Il volume analizza l’evoluzione di questa figura che con il tempo muterà i propri lineamenti; la flâneurie si avvierà a diventare un vero e proprio metodo sociologico di analisi della città. Da semplice esteta, il flâneur diverrà una figura più complessa che assomma in sé i tratti dell’archeologo, del collezionista, del giornalista. Nella seconda parte del libro, interessanti riflessioni sull’esperienza del camminare nelle città di oggi in preda alla crisi economica e quindi più soggette alle trasformazioni.

 

Lo sguardo del flâneur di Ulf Peter Hallberg, Iperborea, 2002. Traduzione dallo svedese e postfazione di Massimo Ciaravolo

Nel suo peculiare genere ibrido, tra romanzo, saggio, descrizione di viaggio e reportage, il libro racconta di uno scrittore che come un moderno flâneur si mette in viaggio per andare a incontrare colleghi nelle rispettive città di residenza e confrontarsi con loro sul senso della vita e della scrittura. Un libro che offre molti spunti di riflessione e approfondimento.

 

 

 

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Flâneur, l’arte di vagabondare per Parigi di Federico Castigliano (Create Space 2017)

La particolarità di questo libro consiste nel sovrapporre informazioni storiche e letterarie con la scrittura romanzesca, anzi autobiografica. Il lettore vi può trovare informazioni su personaggi, autori e artisti che hanno vagato per le vie di Parigi e l’esperienza di fedele camminatore dello stesso autore, nonché racconti di avventure urbane, affascinanti promenade nelle vie della tentacolare capitale francese. Consigliato a chi ama la ville lumière e a chi vuole visitare questa città osservandola da un punto di vista diverso da quello a cui siamo abituati, ma anche agli estimatori (e sono tanti) del poeta francese Charles Baudelaire, il padre di tutti i flâneur.

 

 

 

 

 

 

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“L’aria ride. In cammino per i boschi di Sibilla e Dino” di Paolo Ciampi ed Elisabetta Mari (Aska Edizioni, 2017)

Così conosco una musica dolce nel mio ricordo senza ricordarmene neppure una nota: so che si chiama la partenza o il ritorno.

l'aria ride

L’aria ride. In cammino per i boschi di Sibilla e Dino di Paolo Ciampi ed Elisabetta Mari, edito da  Aska Edizioni è un libro caratteristico della narrativa di questo terzo millennio. Come molti altri, e mi è già capitato di parlarne, si sottrae alla codifica di un genere letterario preciso. Un po’ diario di viaggio, un po’ guida di trekking letterario. Ma non solo. E’ presente anche una connotazione poetica del testo narrativo. E poi ci sono numerosi montaggi di passaggi biografici e letterari. Per non parlare del fatto che l’agile volume si divide in due parti scritte da due autori diversi, appunto il giornalista e scrittore Paolo Ciampi e la scrittrice e storyteller Elisabetta Mari. Del resto, spesso i migliori libri sono quelli che sfuggono a ogni definizione.

Nella prima parte, Ciampi si mette sulle tracce fisiche e poetiche di Campana. E come un novello poeta viandante, ripercorre i luoghi che frequentò il poeta di Marradi, a partire da Barco dove avvenne l’incontro con l’amata-odiata Sibilla Aleramo  e soprattutto il monte francescano della Verna dove Campana ascese nel settembre 1910. Ma il percorso non è solo fisico; è anche e soprattutto poetico, letterario. Ciampi attraversa i versi di Campana come le valli e i monti che lo videro protagonista, mettendosi in rispettoso ascolto della sua voce e prendendone contemporaneamente le distanze.

Nella seconda parte, Elisabetta Mari racconta storie e leggende dei luoghi in cui Dino Campana e Sibilla Aleramo consumarono la loro tormentata relazione e ci fa conoscere un uomo meno noto del poeta ma che visse “campaniamente” la sua avventura su questa terra, Primo Vanni.

A corredo del libro, utili informazioni pratiche per mettersi davvero in viaggio verso questi luoghi straordinari e accompagnare il cammino con alcuni libri da portare con sé.

A me interessa soffermarmi sulla prima parte, quella dedicata al poeta delle partenze e dei ritorni, pur non essendo il libro un saggio letterario.

Paolo Ciampi dice “basta davvero con la storia del poeta maledetto, del genio incompreso, dell’artista folle. Basta”. E in effetti, non se ne può più dello stereotipo dell’artista pazzo che vive solo di trasgressioni. Dino Campana è un poeta nomade, un viandante solitario per il quale “la vita errabonda non è stato un pericolo, piuttosto una possibilità di salvezza. Più dello stesso amore per Sibilla”. Dino e i suoi sentieri, i suoi boschi, le sue montagne. Ma non solo. A ogni ritorno nelle proprie terre, corrisponde una partenza, il distacco da ciò che è noto. A Dino, così come lo chiama affettuosamente l’autore, forse a un certo punto non bastarono più le sue montagne.

Dino, mi sa, in questo era come Arthur Rimbaud: attratto dalla distanza e dal movimento. Poeta dei monti, di questi monti, ma ancor di più poeta nomade. In ogni caso pronto a giocarsi la vita in un altro continente. 

E vai a sapere se in America c’è mai stato davvero, se è stata esperienza reale come per Arthur Rimbaud l’Africa. Ci sono anche viaggi desiderati, sognati, inseguiti sui libri, trasformati in voli di parole: e non sono da meno degli altri viaggi.

Dino, si dice, in America fa tutti i mestieri. Torna con l’aria del marinaio bello e allegro e non si ferma. Raggiunge Odessa, visita Bruxelles, sosta a Parigi. In ogni caso un giorno scriverà i versi di Viaggio a Montevideo, Pampa, Passeggiata in tram in America e ritorno.

Ha comunque fame di mondo. Partire non è meno importante di scrivere.

Il cammino e la poesia, i passi e le parole, lo spazio fisico e lo spazio poetico. L’autore si sofferma proprio sulla connessione tra questi due elementi, che è particolarmente forte in Campana. Parole e passi del poeta di Marradi sono al centro del libro di Giovanni Cenacchi I monti orfici di Dino Campana. Un saggio, dieci passeggiate (Polistampa, 2006), testo che ha contribuito  a spingere Ciampi a intraprendere questo cammino sulle tracce del poeta. Per Cenacchi, leggere l’autore dei Canti Orfici dopo averne ripercorso i sentieri, i boschi e le montagne, ammirato lo stesso paesaggio, significa avvicinarsi maggiormente al suo ideale poetico. Non si può davvero conoscere Dino Campana senza condividerne l’esperienza. L’autore del nostro libro sembra far sua questa tesi,  secondo cui i Canti Orfici non nascono da un poeta pazzo e sofferente  ma da un “poeta solitario” che è riuscito nella difficile opera di “rendere la natura con la parola scritta”. “Camminare è un modo per conoscere Dino  Campana assomigliandogli”, diceva Cenacchi.

Bello l’utilizzo di questo breve verso (forse non tra i più conosciuti) “l’aria ride” posto come titolo del libro: si tratta di un emistichio tratto dalla poesia Immagini del viaggio e della montagna che evidenzia come la poesia di Campana sia fatta non solo di notturni e ombre, ma anche e soprattutto di luce e colore.

L’aria ride è un libro appassionato e appassionante pieno di amore, poesia (nel viaggio, Ciampi non è solo, è accompagnato dalle voci di molti altri poeti) e bellezza.

 

Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, è stato redattore e corrispondente di diversi quotidiani. È direttore dell’agenzia di informazione della Regione Toscana. Si divide tra la passione per la letteratura di viaggio e i personaggi storici dimenticati. È autore di più di venti libri, con diversi riconoscimenti nazionali. Ha due blog, ilibrisonoviaggi.blogspot.it e passieparole.blog

Elisabetta Mari,  scrittrice e storyteller, scrive monologhi teatrali di attualità, narra storie ascoltate dalla vita della gente. Porta in scena la poesia, quella dei poeti e quella dei luoghi, con spettacoli del genere teatro-natura realizzati sul posto.

“L’atlante degli abiti smessi” di Elvira Seminara (Einaudi, 2015)

 

… ogni armadio è come la biblioteca di Borges, illimitato e progressivo, inesauribile. Lo apri e non riesci più a chiuderlo, si riapre, straborda, ride. Sghignazza, certe volte. 

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Non è un libro di moda o di tessuti l’Atlante degli abiti smessi, l’ultimo romanzo di Evira Seminara uscito per Einaudi nel 2015. Ma un romanzo atipico dal sapore un po’ rétro, suggestivo e pieno d’umanità.

Costruito in forma di catalogo, è il testamento epistolare di una madre che ha strappato il rapporto con la figlia “come un lenzuolo che ha subito troppi lavaggi, vestito troppi letti”.

Siamo nel 1992. Eleonora, una donna eccentrica di 45 anni, si trova a Parigi dopo la scomparsa dell’ex marito. Per cercare di scrollarsi di dosso il rancore della figlia che la accusa di essere la causa della morte del padre, decide di regalarle il suo armadio della casa di Firenze, ma soprattutto un inventario nel quale catalogare giorno dopo giorno con precisione maniacale i capi d’abbigliamento. Nell’armadio abitano vestiti ossessivi, vestiti compassionevoli, vestiti che ricordano troppo, vestiti del perdono, vestiti sopravvissuti “che reggono i peggiori addii”, vestiti “che hai paura a rimettere, perché quel giorno sei stata così felice”. 

Sotto la montagna di tessuti, fogge e colori diversi, si nasconde uno sterminato campionario di sentimenti, ossessioni, gelosie e rancori che caratterizzano le difficili relazioni umane. Il “viaggio impetuoso nell’armadio” è in realtà una peregrinazione nelle innumerevoli pieghe del cuore umano.

E’ un vademecum per vivere meglio, dentro e fuori di sé. E’ necessario proteggere i confini con cuciture forti, resistenti”.

Gli abiti si intrecciano con i ricordi e le confessioni di Eleonora, una madre che sente profondamente l’assenza di sua figlia, ma che sa anche prendere la vita con un pizzico di leggerezza e ironia.

E tra un elenco vorticoso e un altro, la protagonista, da attenta osservatrice qual è, scrive anche la biografia del condominio in cui vive a Parigi tratteggiando scene a volte davvero esilaranti (come nel ritratto delle sorelle obese).

Da leggere e rileggere: per la scrittura sapiente ricca di parole accuratamente scelte e un utilizzo originalissimo dell’aggettivo (“silenzio terroso”, “palazzo introverso”). Da sottolineare i giochi di parole e le strepitose similitudini. 

Consiglio di lettura: da leggere non tutto d’un fiato ma a “piccole dosi”, rileggendo passi già letti e sottolineando quelli che ci hanno maggiormente colpito. E ce ne saranno parecchi!

Io vado al ballo delle parole. Ne scelgo una fra tante, la spolvero e guardo, finché prende a brillare. Faceva così, la Dickinson. La tengo sospesa con due dita in aria, come una farfalla. E infatti quando la poso, ogni volta, resta stecchita sulla scrivania, non vola più.

 

Elvira Seminara, giornalista e pop art ha pubblicato per Mondadori L’indecenza (2008) e per Nottetempo Scusate la polvere (2011) e La penultima fine del mondo (2013). I primi due romanzi sono stati messi in scena nel 2014 e 2015 dal Teatro Stabile di Catania. Suoi testi sono tradotti in diversi Paesi. Vive ad Aci Castello.

 

 

 

 

 

Consigli di lettura sotto l’albero – Anno 2017

Quelli che vi propongo sono tre libri di narrativa usciti nel 2017 e che testimoniano come il romanzo oggi sia  ben lungi dall’essere morto o in cattiva salute. La storia personale dei singoli personaggi si intreccia inestricabilmente con la Storia con l’iniziale maiuscola, con la situazione sociale e politica dei Paesi in cui si svolgono i fatti.  I primi due romanzi sono degli splendidi affreschi della storia dell’Europa degli anni Trenta e della crisi che precipiterà nel fascismo e nel nazismo. Il terzo è un potente thriller psicologico, attuale e profondo, ambientato nello stato di Israele che si confronta con le migrazioni dei profughi eritrei.

Buona lettura!

gerda

La ragazza con la leica di Helena Janeczek (Guanda, 2017) è la storia della prima fotoreporter caduta giovanissima sul campo di battaglia durante la guerra civile spagnola, la tedesca Gerda Taro al secolo Gerta Pohorylle. Donna unica, coraggiosa e libera non volle abbandonare il fronte quando non c’era più alcuna speranza. Fino al giorno della sua morte rifornì le principali riviste dell’epoca di immagini sensazionali, spesso scattate insieme al fotografo ungherese e suo compagno, Robert Capa. Romanzo molto ben documentato ma anche con una grande componente emotiva che non può non affascinare il lettore.

Libro particolarmente indicato per i lettori che amano la storia della fotografia o per chi desidera conoscere le grandi figure femminili del Novecento che hanno saputo difendere strenuamente i propri ideali fino all’ultimo.

 

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Il viaggio di Yash di Jacob Glatstein, traduzione a più mani curata da Marisa Ines Romano (Giuntina, 2017)  è il racconto, intimo e corale, del viaggio di un ebreo diventato americano verso le sue origini mitteleuropee. Yash è l’alter ego dell’autore che ripercorre in senso inverso, da New York a Lublino in Polonia, la rotta delle migrazioni ebraiche in un periodo storico in cui chi poteva fuggiva dall’Europa a causa dell’ombra di Hitler che incombeva sempre più minacciosa.  Vivida ed eccezionale la descrizione dei volti e dei mondi interiori dei compagni di viaggio del protagonista.

Consigliato ai lettori che amano le  grandi saghe ebraiche del primo Novecento.

 

svegliare-i-leoniSvegliare i leoni è il secondo romanzo della giornalista e scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen tradotto in Italia da Ofra Bannet e Raffaella Scardi  per la la Casa Editrice Giuntina (2017). Tornano i temi delle migrazioni e del razzismo ma al giorno di oggi. La vita ordinaria di un onesto medico israeliano viene stravolta improvvisamente in una calda sera quando investe con la jeep un profugo eritreo nel deserto, per poi fuggire lasciando l’uomo al suo triste destino. “E tu cosa avresti fatto al suo posto?” sembra chiedere l’autrice al lettore che rimane incollato alle pagine dall’inizio alla fine. Perché è anche un libro che costringe a confrontarsi con se stessi, con le proprie fragilità morali e le inevitabili zone d’ombra che si annidano nella nostra coscienza.  Intenso, imprevedibile, immediato pieno di spunti di riflessione.

Libro da regalare a coloro che hanno già amato (e sono tanti) la prima prova dell’autrice,  Una notte soltanto, Markovitch (Casa Editrice Giuntina, 2015).

“Lo dice il mare”, a cura di Barbara Panetta (Edizioni Il Foglio 2017)

lo dice il mare

 

Il mare è una distesa blu leggermente increspata dal vento di ponente. Le barche ondeggiano al ritmo di una musica misteriosa che risale direttamente dal flusso delle maree e si lascia lambire dalla risacca. Sembra di sentirla quella musica, anche se nessuno la sta suonando, anche se quella melodia nessuno l’ha mai ascoltata a Sausalito. (tratto da “La leggenda dell’uomo seduto sul molo” di Francesco Villari)

Quante sono le voci del mare? Tante, tantissime, infinite. Mare come grembo materno che genera vita; mare come distesa azzurra che consola e divide allo stesso tempo; mare amico e amante che si pone in ascolto. Ma anche “mare del silenzio”, “un posto che non avvisa quando ti afferra né ti permette di scappare”.

Queste e molte altre voci riecheggiano nella raccolta di racconti  Lo dice il mare a cura di Barbara Panetta per Edizioni Il Foglio. Ancora una volta un’antologia dedicata alla distesa azzurra; questa volta però a raccontare il mare non sono i grandi classici della letteratura italiana o straniera, ma venticinque perlopiù giovani autori provenienti da esperienze molto diverse tra loro come cinema, grafica, teatro e poesia, con una passione in comune, appunto il mare. Il risultato è un prodotto policromo fatto di stili e generi letterari più disparati. Si va dal romantico al fantastico passando attraverso l’horror.

Il mare sempre uguale eppure sempre così diverso.

… la cosa tremenda che ha (il mare) è che un’onda arriva una volta, e non torna più. Non ce ne sarà mai una uguale. A pensarci, ti toglie il fiato, no? (tratto da “Alla deriva” di Sasha Naspini)

Accanto ai luoghi immaginari torbidi e cupi, esiste una geografia precisa di questo mare; è il mare del sud, come quello d’Ischia, ma soprattutto della Sardegna, luogo dal quale ci si allontana per poi ritornare, come nel racconto di Marina Atzori “Messaggio in bottiglia”:

Mi improvvisai marinaio salendo sulla mia piccola barca per ritrovare il bene più prezioso che avevo: me stesso.

Approdai così su un’isola, l’Asinara. Ero sempre stato persuaso dal fatto che questo sarebbe stato il luogo adatto per iniziare a pormi delle domande. Per quale assurda ragione, fino a quel momento, ero rimasto così a lungo lontano dalla mia terra d’origine? Eppure non volli mai tornarci. Cambiai idea solo il giorno in cui mio padre scomparve. Doveva pur esserci un inizio da qualche parte, lontano da tutto e da tutti dopo quel pugno nello stomaco.

 

Ogni racconto è corredato da una fotografia in bianco e nero realizzata da due bravi e attenti artisti, Diego Bullita e Francesco Turano.

Il libro è un omaggio a uno dei temi della narrazione più cari agli scrittori e ai poeti di ogni tempo e di ogni luogo, un’antologia moderna costruita come una traversata nel mare dell’animo umano, costellata di sofferenze, ricordi, gioie e tormenti.

 

Gli autori presenti nell’antologia: Luca Martini, Maria Silvia Avanzato, Piergiorgio Pulixi, Luca Raimondi, Barbara Panetta, René Corona, Tiziana Iaccarino, Alessandro Berselli, Sacha Naspini, Elisa Genghini, Gianluca Morozzi, Elisabetta Bagli, Gordiano Lupi, Fabio Mundadori, Francesca Viola Mazzoni, Mara Munerati, Francesco Villari, Patrizia Sorcinelli, Filippo Sorgonà, Fabrizio Carollo, Andrea Guglielmino, Massimo Padua, Andrea Broggi, Tommaso Franco.

 

Barbara Panetta, di origini calabresi, vive a Londra con la sua famiglia. I suoi studi linguistici, la passione per il ballo e la psicoanalisi l’hanno portata a scrivere il suo primo romanzo “Ricordi in movimento”. Ha partecipato a diverse antologie e si è occupata della traduzione di scritti critici specialistici collaborando con i musicisti Quagliarini e Viale.

 

 

 

Passioni. La straordinaria vita di Cristina Trivulzio di Belgioioso (Edizioni Il Foglio, 2015)

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Protagonista di questo romanzo storico della docente elbana Maria Gisella Catuogno, una #donnacheleggevatroppo dell’età risorgimentale, Cristina Trivulzio di Belgioioso, principessa dalla vasta cultura, abile con la penna e la parola. Lo studio e la lettura furono solo due delle tante, appunto, passioni di questa nobile dalla personalità poliedrica: rivoluzionaria ma anche filantropa, avventuriera e allo stesso tempo insofferente all’oppressione straniera. Cristina, bella, di una bellezza particolare, definita “assetata di verità” dal poeta romantico Heinrich Heine, sedusse con il corpo e con la mente schiere di uomini di tutte le età.

A dodici anni, aveva già il fascino e la grazia di una giovane donna: a differenza della madre, robusta e prosperosa, lei era alta e esile come un giunco, con grandi occhi, scuri come la notte, e una chioma abbondante, fluente, naturalmente mossa, che portava, con la scriminatura nel mezzo, semiraccolta, o a chignon sullo splendido collo. 

Lo studio, la musica, la pittura, le riempivano le giornate: tutto l’affascinava e la gratificava. Non c’era una disciplina o un’arte, in cui, applicandosi non riuscisse e di cui non fosse disposta a scoprire la profondità e il valore.

Un personaggio, dunque, con tutte le caratteristiche per catturare subito il lettore, ma che sembra prima di tutto aver conquistato la sua autrice in maniera totale; del resto Maria Gisella Catuogno ha dichiarato di aver sempre amato il movimento culturale che fa da sfondo alla vicenda di Cristina Trivulzio di Belgioioso, il Romanticismo. L’autrice  si cala con empatia nel ruolo della protagonista riuscendo a restituire un ritratto particolarmente vivido e reale. Alla condivisione di emozioni e sentimenti ha poi saputo unire uno studio rigoroso e dettagliato delle fonti storiche che dà grande spessore al personaggio.

 

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Francesco Hayez, Ritratto di Cristina Belgiojoso Trivulzio, 1830-31

Cristina Trivulzio divenuta principessa di Belgioioso con il matrimonio contratto da giovanissima con il dongiovanni Emilio, ebbe il coraggio di sfidare il perbenismo e l’ipocrisia della società ottocentesca lasciando il marito che ripetutamente la tradiva e che aveva minato per sempre la sua salute.

Contemporaneamente si unì con grande determinazione alla causa patriottica che alla fine le causò l’esilio prima dalla sua  amata Milano, poi dall’Italia con lunghi soggiorni in Francia, soprattutto a Parigi. Sarà proprio qui che Cristina entrerà in contatto con tanti artisti come De Musset, Liszt, Rossini e darà inizio alla sua attività giornalistica fondando la Gazzetta italiana.

Mi piace di lei evidenziare la passione per i libri e la lettura che le fece compagnia anche negli anni difficili e intensi dell’esilio.

I lungosenna erano tra i luoghi preferiti del passeggio della principessa in esilio e le soste ai banchetti dei librai il passatempo privilegiato di questi momenti.

Indugiare presso i bouquinistes per qualche occasione libraria, sfogliare le pagine ingiallite dal tempo di opere francesi, ma soprattutto italiane, la inebriava di un benessere quasi fisico. Natura e cultura – pensava allora – quale binomio più affascinante!?

Cristina visse da protagonista i moti rivoluzionari del ’48, curò le ferite dei soldati e organizzò centri educativi per i figli dei contadini.  Ma non rinunciò al suo desiderio di divenire madre. Con la piccola Maria compì una serie di viaggi appassionanti raggiungendo l’isola di Malta, la Grecia, la Turchia e Gerusalemme. In particolare si interessò alla difficile condizione delle donne non occidentali, argomento ancora oggi estremamente attuale.

Così scrisse all’amica Caroline “destinataria dei (suoi) reportage di viaggio in Oriente”:

L’entrata principale dell’harem si chiama Porta delle Carrozze, perché a nessuna donna è permesso oltrepassarla se non in carrozza.  Capisci, Caroline? Un ghetto, una prigione dorata in cui vivono come schiave, sebbene di lusso, centinaia e centinaia di donne.

Ma che prezzo pagano quelle donne – ecco di nuovo la Cristina razionale e progressista -; vivono la loro vita segregate tra interni e giardini, eppure so di famiglie caucasiche o georgiane che aspirano a far diventare le loro ragazze, ancora vergini, odalische, cioè domestiche di mogli e concubine del sultano, sperando di far compiere loro il salto sociale di diventare come le loro padrone, dopo essere state solo schiave sessuali dell’unico gallo del pollaio.

Maria Gisella Catuogno in questa sua prima esperienza nella narrazione romanzesca mostra già tutte le qualità che poi ritroveremo ulteriormente affinate nel secondo lavoro D’amore e d’acqua dedicato a Georges Simenon. Grande rigore e capacità di analisi ma anche  profonda sensibilità che le viene dal suo essere scrittrice e poetessa allo stesso tempo, due modi molto diversi di approcciarsi al mondo e alla scrittura.

Passioni è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, avvincente nella narrazione della storia personale della protagonista e della Storia italiana ed europea, ma che fa anche molto riflettere sulla dura conquista della emancipazione femminile.

Da leggere e rileggere perché ci accompagna per mano attraverso gli eventi storici più importanti dell’Ottocento italiano ed europeo e ci fa (ri)scoprire una figura femminile straordinaria, con l’approfondimento della biografia e la piacevolezza dell’invenzione.

Il libro si è classificato primo nella sezione Narrativa/Saggistica Edita del Premio Casentino 2017.

 

Per saperne di più sull’autrice e sul romanzo D’amore e d’acqua:

https://ladonnacheleggevatroppo.wordpress.com/2017/09/02/damore-e-dacqua-viaggi-avventure-passioni-dei-giovani-georges-simenon-e-tigy-simenon-di-maria-gisella-catuogno-edizioni-il-foglio-2017/

 

“D’amore e d’acqua. Viaggi, avventure, passioni dei giovani Georges Simenon e Tigy Simenon” di Maria Gisella Catuogno (Edizioni Il Foglio, 2017)

simenon

 

La cura per ogni cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime o il mare.

(Karen Blixen)

E’ sicuramente il libro dell’estate perché dalle sue pagine sembra proprio sprigionarsi il profumo di salsedine, vento e rosmarino in fiore delle numerose isole di cui si parla. Non manca neppure l’ingrediente amoroso imprescindibile in ogni storia dai toni lievi e piacevoli. Eppure dietro al romanzo D’amore e d’acqua di Maria Gisella Catuogno c’è una ricostruzione storica molto ben documentata che porta alla ribalta notizie, luoghi e personaggi spesso molto famosi. A partire dai protagonisti, il celebre Georges Simenon, uno degli scrittori più letti, amati e tradotti in tutto il mondo, e sua moglie, la pittrice Régine detta Tigy Renchon.

L’ultimo libro di Maria Gisella Catuogno, a metà tra realtà e finzione, rilegge i viaggi acquatici (acqua dolce e salata) e le avventure erotico-sentimentali di colui che è conosciuto principalmente come l’ideatore del commissario Maigret.

Lo scrittore era sopraffatto spesso da un desiderio irrefrenabile di essere altrove, di muoversi e viaggiare continuamente. Così quando si trovava a Parigi bramava ardentemente le isole per poi una volta là sognare di tornare a casa. In particolare, la vita sull’acqua per Simenon rappresentava un’ottima via di fuga dall’insofferenza, dalla noia e dalla mancanza di ispirazione letteraria.

La vita sull’acqua lo tranquillizza, lo mette in armonia con il ritmo della natura: il fiume, col suo scorrere lento o impetuoso, col suo nascere zampillo per poi arricchirsi d’affluenti e mirare alla foce, mescolandosi al mare e in esso trovando pace, diventa per lui metafora dell’avventura esistenziale di ogni creatura umana, dalla nascita alla morte. 

 

Irrefrenabile era anche la sua voglia di scrivere, scrivere sempre. E di amare, tanto che pur essendo molto legato a sua moglie sentiva il bisogno di “conoscere” tutte le belle donne che incontrava. Soprattutto, la giovane cameriera Boule con la quale aveva una assidua frequentazione.

L’autrice con grande abilità narrativa riesce a riprodurre ogni sfumatura dell’anima irrequieta dello scrittore, così come il disagio e la sofferenza provati in silenzio dalla moglie Tigy, che pur di non perdere il marito è rassegnata a far finta di non conoscere i suoi continui tradimenti. Di fronte alla eccessiva esuberanza sentimentale dello scrittore, ampiamente documentata, Maria Gisella Catuogno utilizza la chiave dell‘ironia in modo tale che il protagonista finisce per essere quasi “perdonato” dal lettore.

Dopo alcuni soggiorni rigeneranti in alcune isole, tra cui Porquerolles in Costa azzurra, Georges, Tigy e Boule decidono di attraversare da nord a sud i canali e i fiumi di Francia con una piccola imbarcazione, la mitica Ginette. Durante i sei  mesi di navigazione, Simenon ritrova una dimensione più autentica a contatto con la natura e non perde occasione per osservare persone, luoghi, particolari e trovare così spunti interessanti per i suoi romanzi.

Ha visto donne chine sui massi della riva a lavare il bucato, bambini a giocare sulle sponde o a bagnarsi allegramente nelle assolate giornate estive: tutti hanno lasciato in lui una scheggia di memoria, che accantona per farne tesoro al momento giusto, scrivendo.

A volte anche una silhouette appena intravista diventa pretesto d’un romanzo, non lo abbandona finché non vi ha costruito attorno una storia.

Poi, come sempre succede, il ritorno alla città tentacolare e cosmopolita, Parigi, con la solita vita fatta di eccessi, feste e trasgressioni. Ben presto, però, decideranno di tornare a vivere en plein air “ma lo faranno alla grande”. Questa volta navigando verso il Mare del Nord con un’imbarcazione molto più comoda e grande, l’Ostrogoth. 

Al mercato di Liegi, Simenon è attratto dal campionario umano che lo ispira per le sue creazioni. In particolare, la sua creazione per eccellenza. Il celeberrimo commissario Maigret.

La gente interessante che Georges vede la imprime nel suo cervello come una lastra fotografica, poi mnemonicamente la incasella nel fascicolo giusto e la tirerà fuori al momento opportuno.

Per esempio, un signore distinto, corpulento, con un cappotto col colletto di velluto, che si muove tra i banchi con fare sornione, ma attento e puntuale nell’esame delle merci, gustandosi il tabacco dolciastro di una pipa che, oltre se stesso, costringe anche chi gli sta intorno a deliziarsene, potrebbe essere un poliziotto in borghese, magari un commissario cui è stata affidata un’indagine delicata alla ricerca delle prove che inchiodino l’assassino.

… sono così preso dal lavoro perché ho creato un nuovo personaggio, che m’intriga parecchio e da cui non riesco più a staccarmi col pensiero.

Chi è? Di chi si tratta?

E’ un commissario di polizia… fisicamente lo descrivo come un tizio che ho visto al mercato di Liegi, un tipo calmo e razionale che guardava le merci sui banchi con estrema attenzione ma senza lasciarsene coinvolgere, con metodo investigativo insomma… mi è sembrato perfetto per trasformarlo in un uomo di legge.

 

Il viaggio acquatico più significativo è rappresentato dalla crociera di cinque mesi sul Mediterraneo a bordo della goletta a vela, l’Araldo con equipaggio dell’Isola dell’Elba. In quest’occasione, lo scrittore tiene un diario di bordo pubblicato nel 1999 da Le Castor Astral con il titolo La Méditerranée en goélette. Le tappe del periplo sono Malta, Tunisi, Sicilia e Sardegna, ma soprattutto l’Elba, l'”isola a forma di pesce” e terra natale dell’autrice di questo libro.

 

portoferraio

Immagine tratta dalla pagina Facebook del libro

 

Ben presto, in lontananza, comincia a assumere le forme consuete, la terra d’origine dell’equipaggio, l”Elba: dall’acqua emergono i colli conosciuti, seppure ancora sfocati dalla lontananza, le riviere ridenti, i borghi che sembrano presepi; e man mano che ci si avvicina , le due note dominanti di colore, il blu scuro del mare ancora sostenuto dal ponente teso e terso, e il verde della macchia mediterranea, che, in certi punti, s’inchina quasi a sfiorare il litorale. Il sole è alto, superbo, la luce accecante.

Sull’isola Simenon si lascia andare a considerazioni morali e filosofiche sulla popolazione elbana che affronta la crisi economica degli anni ’30 con grande dignità e saggezza.

Eppure la loro non è miseria, è povertà sopportata a testa alta e addolcita dalla solidarietà tra parenti e amici. Rifiutano qualsiasi offerta. Lui è commosso e turbato da quell’atteggiamento: capisce di aver sbagliato a insistere e se ne vergogna.

Da segnalare anche il pittoresco episodio, immaginato dall’autrice nel porto del Cavo d’Elba,  che vede Simenon   impegnato in una cena en plein air a bordo dell’Araldo, a base di cacciucco, in compagnia di Filippo Tommaso Marinetti, padre del futurismo e sua moglie Benny.

In quest’ultima parte del libro, un ruolo speciale hanno le isole del Mediterraneo, dopo l’Elba, la Sicilia con i suoi miti omerici, poi Malta “centro di scambio e rifugio di moltissime popolazioni” e la Sardegna, in particolare l’isoletta di San Pietro.

Bel libro di viaggi a cui non manca proprio nulla perché accattivante, ma ricco anche di riflessioni storiche e filosofiche, con una scrittura scorrevole e agile. Per il lettore risulta molto facile appassionarsi alle vicende e alle peregrinazioni dei coniugi Simenon in giro per il mondo. E’ un romanzo che coinvolge molto anche dal punto di vista emotivo, tanto che una volta finito non vediamo l’ora di ricominciare a leggerlo.

 

Maria Gisella Catuogno è nata all’Isola d’Elba dove vive e insegna Italiano e Storia. I suoi primi lavori sono stati la raccolta di poesie Parole per amore (Libroitaliano) e Il mio Cavo tra immagini e memoria (Nidiaci), dedicato al suo paese natale. Successivamente sono usciti Mare, more e colibrì (Liberodiscrivere), e Brezza di mare (Ibiskos-Ulivieri). La raccolta di racconti Riviere e di poesie Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni sono stati editi da Onirica. Ha partecipato a esperienze di scrittura collettiva con Il volo dello struffello (Liberodiscrivere), Malta femmina (Zona) e In territorio nemico (Minimum Fax). Nel dicembre 2016 è stato edito per Il Foglio Letterario il romanzo storico Passioni ispirato all’eroina risorgimentale Cristina Trivulzio di Belgioioso. E’ presente nei blog letterari Liberodiscrivere e Viadellebelledonne e collabora a riviste e testate giornalistiche locali.