Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano di Gordiano Lupi (Historica Edizioni, 2015)

miracolo a piombino

Al centro del poetico racconto Miracolo a Piombino, il cui titolo rende omaggio al capolavoro di Zavattini e De Sica, si trova  il tema della diversità, della solitudine umana in cui si trovano a vivere tutti coloro che non si riconoscono negli altri, nella società in cui sono inseriti. Il giovane e tormentato Marco, come il suo amico immaginario, Robert il gabbiano, è spaventato dalla vita e da ciò che teme di non essere. Ha 17 anni ed è fragile e insicuro; non sopporta ciò che è troppo diverso da lui.

 

Si sentiva solo, come non lo era mai stato, pure in mezzo ai compagni… Si sentiva solo perché non aveva la forza di raccontare il suo mondo, perché stava recitando una parte che non sopportava, un ruolo che altri avevano deciso per lui.

 

Anche Robert, il gabbiano vive l’inadeguatezza di inserirsi nel gruppo dei pari e un’esistenza fatta di solitudine e di rimpianti di affetti perduti, in particolare quello della madre trafitta dagli spari di un essere umano che “l’aveva uccisa per gioco”.

gabbiano

Robert era un gabbiano triste perché non era capace di vivere la vita del branco. Nessuno glielo aveva mai insegnato e adesso credeva che fosse tardi per imparare. La colonia di giovani uccelli marini lo evitava come un appestato, nessuno si sarebbe sognato di avvicinarlo e di scambiare grida festose con lui.

 

Nonostante le riluttanze iniziali, Marco impara a desiderare ardentemente di mettersi alla ricerca del senso profondo della vita, dimenticare un passato fatto di dolore e andare incontro al suo avvenire. Sarà proprio Robert a insegnargli che si può imparare a volare.

Nel romanzo è presente una commistione di vari richiami letterari; a me piace segnalare in particolare il rimando al decadentismo e simbolismo della cultura francese di fine Ottocento. Il contrasto tra individuo e società, l’opposizione tra spleen e idéal, il battello ebbro che va alla deriva, il viaggio come evasione. Sono tutte tematiche care a Charles Baudelaire e Arthur Rimbaud. Nella solitudine del gabbiano Robert, che non è altro che l’alter ego del giovane Marco, rintracciamo la condizione del goffo albatros baudelairiano che viene deriso e schernito dagli esseri umani sulla tolda della nave.

 

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!

Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!

L’un agace son bec avec un brule-gueule,

L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait.

 

L’alato viaggiatore com’è maldestro e fiacco,

lui prima così bello com’è ridicolo ora.

C’è uno che gli afferra come una pipa il becco,

c’è un altro che mima lo storpio che non vola.

(L’albatros, traduzione di Antonio Prete)

E’ la condizione di straniero e incompreso  propria del poeta  nel moderno. L’albatro, che per sua natura vola maestoso sopra i mari, sul ponte della nave si muove goffamente, impedito dalle grosse ali che in questo contesto risultano solo un peso. I marinai si divertono dei suoi sforzi, lo deridono per la sua inadeguatezza. Tale è la condizione esistenziale del poeta, precipitato a terra dalle alte sfere dell’idéal e costretto a vivere in un universo borghese e ipocrita.

Non resta allora che lasciare gli ormeggi, affrancarsi dai dettami della società e partire per l’ignoto.

Sognava di partire a bordo d’un vascello fantasma fra l’odore delle tamerici marine e degli oleandri. Sognava d’andare lontano, alla deriva del proprio futuro, cercando nella morte verde del canale in tempesta il colore del sole. Sognava di raggiungere la fine del mondo.

E’ il desiderio dell’inquieto battello-Rimbaud che va alla deriva:

J’ai rêvé la nuit verte aux neiges éblouies,

Baiser montant aux yeux des mers avec lenteurs,

La circulation des sèves inouïes,

Et l’éveil jaune et bleu des phosphores chanteurs!

 

Ho sognato la verde notte delle nevi abbagliate,

bacio che sale lento agli occhi dei mari,

la circolazione di linfe inaudite,

e il giallo risveglio e il blu dei fosfori cantori!

(Il Battello ebbro, traduzione di Dario Bellezza)

Per scoprire, poi, che la fuga è solo ritorno, riscoperta di “lidi consueti”. “Un lungo viaggio per rivedere il punto di partenza”.

Abbiamo affrontato l’ignoto per capire noi stessi. Adesso è tempo di tornare.

Alle acque ricche e luminose degli Oceani sperimentate durante il suo viaggio, il battello ebbro alla fine contrappone quelle torbide e stagnanti di una pozzanghera in Europa dove un fanciullo fa navigare la sua barchetta di carta. La quotidianità tanto esecrata, fatta di convenzioni e di schemi, può essere rivissuta con occhi e cuore nuovi.

Bisognava smettere di fuggire di fronte alla vita.

 

Del resto, sono proprio questi autori francesi le letture preferite dal protagonista del libro, l’adolescente Marco.

… in mezzo a tutti quei libri da leggere che popolavano la sua vita, cose che portavano via ore importanti, al punto che toccava passare notti insonni sfogliando pagine dei poeti, accarezzando i vers i di Rimbaud, Baudelaire, Verlaine, Lautréamont.

Storia delicatissima e fiabesca che cattura l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine. Sullo sfondo i profumi e i colori di una suggestiva Piombino che più che spazio fisico è uno spazio dell’anima.

Conclude il libro,  il racconto Il ragazzo del Cobre che affonda lo sguardo nella difficilissima condizione dell’adolescenza del Terzo Mondo.

Da segnalare, una suggestiva appendice fotografica di Riccardo Marchionni.

Gordiano Lupi dirige Il Foglio Letterario e collabora con numerose riviste. Traduce gli scrittori cubani ed è autore di numerosi libri, molti dei quali dedicati alla sua città come Lettere da lontano, Piombino tra storia e leggenda, Cattive storie di provincia, Piombino leggendaria, Piombino a tavola, Alla ricerca della Piombino perduta, Calcio e acciaio -Dimenticare Piombino.

 

 

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Brooklyn e Borderlife. Letture incrociate

new york

Dipinto di Paolo Paradiso

Ancora una volta due libri di narrativa straniera si sono “incontrati” casualmente sul mio comodino. In questa sede deputata ad accogliere le letture in corso, vi sono giunti per vie diverse. Brooklyn (traduzione dall’inglese di Vincenzo Vega) di Colm Tóibín è stato scelto per me da alcune amiche, Borderlife (titolo or. Gader Haya, traduzione dall’ebraico di Elena Loewenthal )  di Dorit Rabinyan, scoperto per caso navigando sul web, mi ha attirato a sé come “con un suono di sirene”, soprattutto per il clamore suscitato  a livello internazionale dopo che il governo israeliano lo ha bandito dalle scuole.

Nello stesso periodo, ho seguito le vicende di due giovani emigrate all’estero in epoche diverse e da Paesi molto distanti tra loro.

Brooklyn è stato pubblicato nel 2009 e riedito quest’inverno in edizione tascabile dalla Casa editrice milanese Bompiani, in occasione dell’uscita nelle sale italiane del film omonimo.(recensione libro e film)

Borderlife, uscito nel 2014, ha vinto il prestigioso Premio Bernstein e poi, come già accennato, è stato eliminato dalla programmazione scolastica dei licei israeliani in quanto accusato di favorire i matrimoni misti tra ebrei e palestinesi.

eilis

Una scena del film Brooklyn di John Crowley

La protagonista di Brooklyn, Eilis Lacey è una ragazza irlandese degli anni Cinquanta spinta a emigrare dalla famiglia in America per cercare un futuro migliore. Come molti emigranti dell’epoca, affronterà il faticoso viaggio in nave per approdare in un mondo, almeno inizialmente, molto lontano dal suo.

Da quel che sapeva, il viaggio attraverso l’Atlantico era lungo, almeno una settimana di nave, e doveva essere molto costoso. Aveva anche la sensazione, e non sapeva da che cosa le provenisse, che, mentre i ragazzi e le ragazze che avevano lasciato la città per l’Inghilterra facevano dei lavori normali per delle paghe normali, la gente che andava in America avesse la possibilità di diventare ricca.

La trentenne ebrea Liat in Borderlife ripercorre le proprie vicende sentimentali nella New York  ferita dal crollo delle Torri gemelle. Qui un giorno improvvisamente incontrerà un pittore palestinese dal quale rimarrà profondamente attratta.

Ecco il ricordo del loro primo incontro:

Come descriverlo adesso? Da dove cominciare? Come distillare la prima impressione di quegli istanti ormai lontani? Come estrapolare il suo ritratto compiuto, composto ormai di strati di colori, e ricondurlo a quel pallido abbozzo a matita che ne trasse l’occhio posandosi su di lui per la prima volta? Come rendere l’immagine intera, con la sua larghezza e profondità, con pochi tratti? Uno sguardo così minuzioso e una tale lucidità saranno possibili ora che le grinfie della nostalgia sfiorano la memoria e la tingono continuamente con le loro impronte?

Brooklyn, inizio subito col dire, non è un romanzo d’amore, come invece è stato definito da più parti. E’ la storia di un viaggio, prima di tutto, un viaggio d’emigrazione verso quello che nel Secondo Dopoguerra sembrava essere la Terra Promessa. Dopo un’iniziale difficoltà di adattamento alla nuova vita e anche grazie al ragazzo italo-americano con il quale avrà una relazione, Eilis riuscirà ad assimilare il nuovo stile di vita. Costretta poi a tornare in patria a causa di una tragedia familiare, scoprirà che il vecchio mondo  suscita ancora in lei una forte attrazione. Ma è anche un viaggio d’iniziazione all’età adulta di una giovane donna, di cui non viene rivelata l’età, che va alla ricerca di se stessa e della propria identità.

Borderlife-Dorit-Rabinyan-2Borderlife. Con l’altro romanzo, rimaniamo ancora a New York (ritorna il quartiere di Brooklyn) facendo però un bel salto nel tempo e arrivando all’anno successivo al crollo delle Torri Gemelle. L’ebrea Liat, di origini iraniane, ha un permesso di soggiorno di sei mesi per una borsa di studio e si guadagna da vivere traducendo dall’israeliano all’inglese. Un giorno in un locale della città incontra un giovane pittore arabo, Hilmi, da cui rimane profondamente affascinata. Inizierà così un’intensa ma anche altalenante storia d’amore e di passione, in cui a poco a poco emergeranno le differenze culturali, retaggio di tradizioni antiche da sempre in contrasto tra loro.

Pieni di fede e ingenuo fervore, cercavamo ancora di persuaderci a vicenda, di convincerci, di ammorbidire le nostre le nostre rispettive posizioni o di distruggerle, di impartire, implorare, tornando sempre alla solita e sterile diatriba, sempre uguale a se stessa, in cui ci buttavamo sbraitando con disperata veemenza. Ero più che altro io che gridavo, ero io che m’infuriavo in un secondo, che andavo fuori dai gangheri. Come se mi scivolasse dentro un demonio non appena si cominciava a parlare di politica. Lo odiavo. Odiavo  quella furia, quel furor sacro che mi prendeva, quella collera ostile, quel ribollire, quel digrignare i denti. Odiavo il sapore amaro  della sconfitta alla fine, la frustrazione, l’amarezza del dopo. Le interminabili ed eterne rivendicazioni che giravano a vuoto, il paradosso implicito, insolubile, invincibile e beffardo come una forza della natura.

In entrambi romanzi troviamo la stessa ambientazione, Manhattan e i suoi quartieri; in Borderlife la città non si limita a fare da sfondo assurgendo a vera e propria co-protagonista con le mutazioni delle varie stagioni, insieme alla coppia dei due giovani. Le due ragazze hanno affrontato o stanno affrontando un difficile distacco dalla propria famiglia e dalla terra d’origine, ma mentre Eilis di Brooklyn non sa bene cosa volere dalla vita, soprattutto dal punto di vista sentimentale, Liat ha già una strada professionale tracciata ed è consapevole che non potrà cambiare il suo destino. Il suo sogno d’amore con l’artista palestinese è destinato a rimanere incompiuto. Nel finale, tutt’altro che banale, si avverte la convinzione dell’autrice che non esiste una via d’uscita, una soluzione.

Considerato che la narrazione di Borderlife  procede per sequenze di fotogrammi, c’è da aspettarsi,  anche nel suo caso,  una prossima trasposizione cinematografica.

In entrambi i romanzi, comunque, ci troviamo di fronte alla rielaborazione romanzesca del grande tema dell’emigrazione, tutta al femminile, tema peraltro di scottante attualità.

Dal punto di vista della lettura, le esperienze sono state decisamente diverse. La prosa semplice ed essenziale, ma mai monotona e ripetitiva, dell’autore irlandese ha avuto la meglio sullo stile più complesso, molto d’impatto e ricco di descrizioni della scrittrice israeliana.

Colm Tóibín è nato nel 1955 a Enniscorthy. Giornalista, saggista e romanziere, è considerato uno dei maggiori scrittori irlandesi contemporanei. Ha studiato Storia e letteratura inglese all’University College of Dublin e a venti anni ha cominciato a viaggiare, prima in Spagna, poi in Argentina, in Sudan, in Egitto, negli Usa. È stato inoltre direttore di due riviste irlandesi, “InDublin” e “Magill”, e ha collaborato a “The Sunday Independent” e “The London Review of Books”. Presso Bompiani ha pubblicato La famiglia vuota (2012). Nei Tascabili Bompiani sono disponibili oltre a Brooklyn, Amore in un tempo oscuro, The Master.

Dorit Rabinyan (1972) è una scrittrice e sceneggiatrice israeliana. Nata a Kfar Saba da una famiglia ebrea persiana, ha pubblicato tre romanzi, due dei quali tradotti in diversi paesi, una raccolta di poesie e un libro per bambini illustrato. Scrive anche per la televisione. Il suo romanzo del 2014 Gader Haya (all’estero Borderlife) ha vinto il Premio Bernstein.

“Brooklyn”, il libro e il film

brooklynIl romanzo Brooklyn dello scrittore irlandese Colm Tóibín  è stato pubblicato nel 2009 e riedito quest’inverno in edizione tascabile dalla Casa editrice milanese Bompiani, in occasione dell’uscita nelle sale italiane del film omonimo. E’ la storia di Eilis, una ragazza irlandese senza speranze degli anni ’50 che viene convinta a partire per l’America in cerca di fortuna. A New York si ambienta a fatica e combatte con una insopprimibile nostalgia fino a che non conosce un ragazzo italo-americano, Tony. Quando sembra che tutto vada per il meglio, a causa di una tragedia familiare sarà costretta a  tornare a casa in Irlanda dove scoprirà che quei luoghi e le persone che vi abitano suscitano ancora in lei una forte attrazione. Brooklyn è un romanzo che, pur avendo una trama semplice e uno stile altrettanto piano e lineare, riesce a tenere desta l’attenzione del lettore sensibile perché racconta di un mondo tanto lontano dal nostro, fatto di sentimenti e desideri appena accennati, di quando ancora si scrivevano lettere e cartoline alle persone amate. E’ la storia di un viaggio d’emigrazione tutto al femminile verso quella che nel Secondo Dopoguerra sembrava essere la terra promessa. Ma è anche il difficile viaggio d’iniziazione all’età adulta di una fanciulla che va alla ricerca della propria identità.

Colm Tóibín è nato nel 1955 a Enniscorthy (la località irlandese dove vive la sua protagonista). Giornalista, saggista e romanziere, è considerato uno dei maggiori scrittori irlandesi contemporanei. Ha studiato Storia e letteratura inglese all’University College of Dublin e a venti anni ha cominciato a viaggiare, prima in Spagna, poi in Argentina, in Sudan, in Egitto, negli Usa. È stato inoltre direttore di due riviste irlandesi, “InDublin” e “Magill”, e ha collaborato a “The Sunday Independent” e “The London Review of Books”. Presso Bompiani ha pubblicato La famiglia vuota (2012) e Il testamento di Maria (2014).

locandina_brooklynIl film del 2015 è diretto da John Crowley e ha tra gli interpreti Saoirse Ronan, Emory Cohen, Domhnall Gleeson, Jim Broadbent e Julie Walters. Sceneggiatura di Nick Hornby. Candidato a tre premi Oscar, Brooklyn ha ottenuto un buon successo di pubblico e di critica. Successo che condivido in pieno in quanto la trasposizione cinematografica ha saputo rendere giustizia alla storia, rispettando la sua semplicità, e forse anche elevarla raccontando in maniera raffinata e incisiva  i tanti sentimenti che affollano spesso il cuore degli emigranti come la nostalgia, il senso della solitudine, il sentirsi dilaniati da due culture diverse. Sul grande schermo, assistiamo  a una emozionante storia di coraggio e di sogni di una protagonista giovanissima, interpretata dalla brava attrice Saoirse Ronan che riesce a calarsi perfettamente nel ruolo della fanciulla gentile e timorata, però niente affatto sottomessa al volere altrui. Bella anche la caratterizzazione del personaggio maschile, il giovane ed estroverso idraulico italo-americano tanto diverso dalla ragazza quanto innamorato profondamente della stessa.

Ottima la fotografia e bellissimi i costumi.

“Invito al viaggio”: da Baudelaire a Battiato e Sgalambro

La raccolta lirica Les Fleurs du Mal (1857) di Charles Baudelaire non è solo un libro di cadute e abissi, ma anche di slancio e ideale. Se lo spleen è onnipresente nel mondo, l’ideale è un altrove inaccessibile, misterioso o scomparso.

Spleen e idéal è la prima sezione del libro, e anche la più ampia, a cui appartiene la lirica L’invitation au voyage (Invito al viaggio). In chiusura al pometto in prosa Any where out of the world (Lo spleen de Paris) Baudelaire dice: Alla fine la mia anima esplose, e saggiamente mi disse in un’esclamazione: “Non importa dove! non importa dove! purché sia fuori da questo mondo”. L’ideale di Baudelaire  è evasione pura; in questo caso fuga verso paradisi sognati attraverso gli occhi della donna. Lo sguardo velato suggerisce al poeta un paesaggio nordico, luminoso e umido.

L’invitation au voyage

Mon enfant, ma soeur,
Songe à la douceur
D’aller là-bas vivre ensemble !
Aimer à loisir,
Aimer et mourir
Au pays qui te ressemble !
Les soleils mouillés
De ces ciels brouillés
Pour mon esprit ont les charmes
Si mystérieux
De tes traîtres yeux,
Brillant à travers leurs larmes.

Là, tout n’est qu’ordre et beauté,
Luxe, calme et volupté.

Des meubles luisants,
Polis par les ans,
Décoreraient notre chambre ;
Les plus rares fleurs
Mêlant leurs odeurs
Aux vagues senteurs de l’ambre,
Les riches plafonds,
Les miroirs profonds,
La splendeur orientale,
Tout y parlerait
À l’âme en secret
Sa douce langue natale.

Là, tout n’est qu’ordre et beauté,
Luxe, calme et volupté.

Vois sur ces canaux
Dormir ces vaisseaux
Dont l’humeur est vagabonde ;
C’est pour assouvir
Ton moindre désir
Qu’ils viennent du bout du monde.
– Les soleils couchants
Revêtent les champs,
Les canaux, la ville entière,
D’hyacinthe et d’or ;
Le monde s’endort
Dans une chaude lumière.

Là, tout n’est qu’ordre et beauté,
Luxe, calme et volupté.

Bimba, sorella mia, / che cara fantasia, / pensa, potercene laggiù fuggire! / Là dove a meraviglia / tutto ti rassomiglia, / amare e vivere, amare e morire! / Da quegli ombrosi cieli / un sole, se trapeli / madido, sparge un misterioso incanto / che mi prende la mente, / come perfidamente / gli occhi tuoi quando brillano nel pianto. / / Tutto laggiù è ordine e beltà, / magnificenza, quiete e voluttà. / / Mobili, fatti lustri / da un lungo uso di lustri, / adornerebbero la nostra stanza; / s’unirebbe l’odore / d’ogni più raro fiore / dell’ambra alla volubile fragranza; / le ricche volte, gli ampi / specchi dai mille lampi / lo splendor della vita orientale, / parlerebbe ogni cosa / all’anima curiosa / la dolce arcana sua lingua natale. / / Tutto laggiù è ordine e beltà, / magnificenza, quiete e voluttà. / / Guarda su quei canali / piegare al sonno l’ali / i velieri dall’estro vagabondo: / non sai? per farti pago / il cuore in ogni svago / sono venuti qui di capo al mondo. / I dorati tramonti / accendon gli orizzonti, / le campagne, i canali, la città, / d’un lume di giacinto; / s’assonna il mondo vinto / in una calda luminosità. / / Tutto laggiù è ordine e beltà, / magnificenza, quiete e voluttà.

(traduzione di Gesualdo Bufalino, 1984)

La composizione, peraltro musicalissima, riscosse un notevole successo nei diversi ambiti artistici, prima e dopo la morte del suo autore.

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Nell’inverno 1904-1905 il pittore Henri Matisse dipinse l’olio su tela Luxe, calme et volupté. Il titolo del dipinto deriva chiaramente dal celebre distico baudelairiano che fa da ritornello alla nostra poesia. La scena rappresentata propone una gita di bagnanti in riva al mare, davanti alla baia di Saint Tropez. Una fonte di ispirazione sono le Bagnanti di Cézanne a cui l’artista si ricollega nella sensualità delle linee morbide femminili. La tela si caratterizza per le piccole pennellate alternate di colori caldi (rosso, arancione…) e freddi (blu, bianco…) che delineano un ambiente dalle connotazioni edeniche. Al Salon des Indipéndents nella primavera del 1905, il dipinto riscosse un buon successo.

 

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In Italia, l’adattamento musicale di questa lirica francese è stato realizzato dal filosofo Manlio Sgalambro e messo in musica da Franco Battiato. Invito al viaggio è il titolo della canzone inserita nell’album Fleurs (chiaro omaggio a Les Fleurs du Mal) -esempi affini di scritture  del 1999. Per la prima volta il cantautore catanese si è misurato con un disco prevalentemente di cover. Due soli inediti, di cui appunto Invito al viaggio. La copertina è stata dipinta dallo stesso Battiato.

Invito al viaggio

Ti invito al viaggio

In quel paese che ti assomiglia tanto.

I soli languidi dei suoi cieli annebbiati

Hanno per il mio spirito l’incanto

Dei tuoi occhi, quando brillano offuscati.

Laggiù tutto è ordine e bellezza,

Calma e voluttà.

Il mondo s’addormenta in una calda luce

Di giacinto e d’oro.

Dormono pigramente i vascelli vagabondi

Arrivati da ogni confine

Per soddisfare i tuoi desideri.

I tuoi desideri…

Le matin, j’écoutais les sons du jardin

La langage des parfums, le langage des parfums:

des fleurs…

Le matin, j’écoutais les sons du jardin

La langage des parfums, le langage des parfums:

des fleurs…

Il testo ripercorre quasi integralmente i versi del poeta francese e costituisce un invito, rivolto alla donna amata, a viaggiare verso un paese che per armonia e sembianze la ricorda.

Comparando i due testi da un punto di vista del contenuto, notiamo che il celebre refrain del poeta francese, che ricorre alla fine di ciascuna delle tre strofe, Là, tout n’est qu’ordre et beauté/Luxe, calme et volupté è stato sostituito dal distico della canzone Laggiù tutto è ordine e bellezza/ Calma e voluttà. Quindi, scompare l’elemento del luxe ossia della magnificenza (così come tradotto da Bufalino), dello sfarzo, del lusso. Il cui ambito semantico ritroviamo nella seconda strofa:  Des meubles luisants, Les riches plafond, La splendeur  orientale che descrive l’ambiente sognato dal poeta. Anche di questa strofa non c’è traccia nella canzone di Battiato.

Se all’inizio l’adattamento di Sgalambro e Battiato prende un po’ le distanze dal poeta de Les Fleurs du Mal, in chiusura troviamo un chiaro riferimento a Baudelaire, anche se non ha a che vedere con questa lirica. Gli ultimi versi, peraltro in francese, rimandano al sonetto-manifesto della poetica baudelairiana delle sinestesie: Corresponsances dove la natura è una foresta di simboli che l’uomo non riesce a cogliere, anche se gli suonano familiari perché corrispondono a qualcosa che giace nel profondo di ognuno.

Così  recitano i versi di Baudelaire:

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiars.
Comme de long échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.

E così la chiusura della canzone di Battiato:

La langage des parfums, le langage des parfums:

des fleurs…

 

 

 

Storie di libri e di amicizie

amico

La danza I, Henri Matisse (1909)

Letture diverse che si incrociano, per caso. E così per caso, ho iniziato a leggere contemporaneamente due libri che per un certo periodo hanno condiviso lo stesso spazio del comodino della mia camera. Per molti lettori, incrociare storie, personaggi e situazioni è un vero e proprio “delitto”. In genere, per me tutto ciò si rivela, al contrario, molto stimolante. E’ un input in più per confrontare, valutare, creare corrispondenze.

L’amico ritrovato di Fred Uhlman (Feltrinelli, traduzione di MariaGiulia Castagnone)  e La bastarda di Istanbul di Elif Shafak da una prima lettura, non hanno niente in comune. Il primo, pubblicato per la prima volta in tedesco nell’ormai lontanissimo 1971, fu tradotto in italiano nel 1986. Nel 1989 fu tratta una versione cinematografica con la sceneggiatura di Harold Pinter e la regia di Jarry Schotzberg. E’ un libriccino piccolo, piccolo di un centinaio di pagine che si legge tutto d’un fiato ed è ispirato alla vita dell’autore. L’altro è un bel tomo di quasi 400 pagine scritto in inglese, da quella che è considerata una delle voci più importanti della narrativa turca contemporanea, Elif Shafak.

L’amico ritrovato è un racconto di straordinaria finezza e suggestione che narra il momento della nascita del rapporto di amicizia e il momento della separazione dei due diversissimi protagonisti, i liceali Hans Schwarz  e Konradin von Hohenfels, nella Germania del 1933.

Come avrebbe potuto, dall’alto della sua gloria, capire la mia timidezza, il mio orgoglio, la mia suscettibilità e il mio timore di venire ferito? Cosa poteva mai avere Konradin von Hohenfels in comune con me, Hans Schwarz, privo com’ero di sicurezza e di qualsiasi dote mondana?

Hans è figlio di un medico ebreo, Konradin, ariano, appartiene ad una ricca famiglia aristocratica di Stoccarda. Quegli ideali che condurranno l’umanità ad un periodo di barbarie e di orrore saranno la causa dello spezzarsi di questo legame. La Storia con la S maiuscola cercherà malvagiamente di inghiottire i loro sentimenti di amicizia. Ma alla fine, dopo molti anni, i due “si ritroveranno” in qualche modo. Il tema tragicissimo dell’Olocausto del popolo ebraico è trattato in queste pagine in modo molto delicato: l’autore non parla mai in maniera esplicita del dolore e della sofferenza dei protagonisti.

Dunque, una storia sulla vera amicizia che è più forte e duratura  degli eventi storici.

La bastarda di Istanbul è una giovane di 19 anni di nome Asya che vive nella città turca, crocevia di culture e tradizioni diverse, abituata a guardarsi indietro pur essendo proiettata verso la modernità. Perché a Istanbul tutto è possibile. La famiglia della ragazza è un grande e variegato gineceo, popolato da figure molto ben caratterizzate e contraddistinte da peculiarità completamente diverse tra loro. C’è chi è nichilista e adora le minigonne (come Zelya, la madre di Asya) e chi invece rispetta fedelmente la tradizione. In questo grande mosaico tutto a tinte rosa manca la figura del padre, che è per Asya pur sempre una presenza “ingombrante”.

Nella sua città avverrà l’incontro con una coetanea, l’americana Armanoush detta Army, giunta di nascosto dalla sua famiglia per andare alla ricerca delle proprie origini.  La ragazza è figlia di madre americana, risposata con un turco, e padre armeno. Armanoush, nata e cresciuta in Occidente, desidera fortemente recuperare il legame con le proprie radici armene e proprio l’incontro con Asya le permetterà non solo di trovare una vera amica, ma anche di conoscere il segreto che lega le due famiglie e fare i conti con la storia dei due popoli. Il popolo turco e quello armeno.

Le storie di famiglia possono intrecciarsi in modo tanto profondo che ciò che è accaduto generazioni prima può avere conseguenze su dettagli apparentemente irrilevanti nel presente. Il passato è tutto tranne che concluso.

Immagino di aver voluto incontrare i turchi per capire meglio cosa vuol dire essere armena.

L’autrice de La bastarda di Istanbul (Rizzoli edizioni, traduzione italiana di Laura Prandino), Elif Shafak nel 2006 ha subito un processo. Infatti, secondo l’accusa, nel romanzo sono contenute parole che denigrano l’identità nazionale turca. Shafak avrebbe potuto essere condannata a tre anni di carcere ma il processo, fortunatamente, si è concluso con un’assoluzione.

In entrambi i testi, L’amico ritrovato e La bastarda di Istanbul, gli autori sembrano volerci dire che anche nelle più profonde divisioni si nascondono imprevedibili affinità e che l’amicizia e i valori autentici possono superare i confini geografici e le imposizioni storiche.

Ma se del terribile genocidio del popolo ebraico, tutto o quasi tutto è stato documentato, altra cosa è l’annosa questione armena del 1915, di cui noi occidentali non sappiamo praticamente nulla. Del genocidio armeno, perpetrato dai nazionalisti turchi dell’Impero ottomano durante la Grande Guerra, per lungo tempo se ne sono occupati solo storici e specialisti, questi ultimi talvolta parenti delle vittime o loro discendenti. Al grande pubblico è rimasto pressoché sconosciuto. Una sorta di “prova generale” di ciò che un ventennio dopo sarebbe accaduto proprio agli ebrei.

Scrittori, poeti, artisti, intellettuali erano stati i primi ad essere eliminati dal governo ottomano. I turchi si erano prima sbarazzati dei “cervelli”, e solo in seguito erano passati al resto della popolazione. Come altre famiglie della diaspora, sane e salve eppure mai davvero inserite, i Tchakhmakhchian erano allo stesso tempo orgogliosi e contrariati quando uno dei loro rampolli leggeva troppo, pensava troppo, e volava troppo in alto.

Con la differenza che per il popolo armeno non ci sono stati tribunali o condanne, solo l’oblio.

L’autrice de La bastarda di Istanbul  è riuscita a incorporare un tema politico così complesso in un’opera piacevole, a tratti divertente, con una vena poetica e visionaria.

 

Parole a colori. Dalle pagine allo schermo

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Le Parole a colori sono le parole che “migrano” dalle pagine dei libri per arrivare sugli schermi cinematografici trasformandosi in fotogrammi, immagini in movimento.

Perché il grande schermo ha da sempre strizzato l’occhio alla letteratura per trovare spunti interessanti da portare nelle sale cinematografiche.

E sin dagli inizi è stata posta la questione della fedeltà della trasposizione cinematografica al testo da cui attinge. Che l’esatta rispondenza sia sempre necessaria è tutto da vedere, ma la querelle continua ad affascinare.

Ormai sempre più spesso i film proposti al cinema sono trasposizioni di libri, più o meno autorevoli, più o meno famosi. Di cui magari lo spettatore viene a conoscenza solo davanti al grande schermo.

Proviamo a porre le nostre letture di fronte allo “specchio” delle loro versioni cinematografiche. Cosa rifletterà lo specchio?

Dunque, Buona lettura e Buona visione!

“Suite française” di Irène Nemirovsky, il libro e il film

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In arrivo… Suite francesel’ultimo capolavoro rimasto “sospeso” (non incompiuto) di Irène Nemirovsky, scrittrice francese di origine ebraiche, pubblicato in Francia solo nel 2004 a più di sessant’anni dalla sua stesura.

Il film del 2014, diretto da Saul Dibb, con Michelle Williams, Kristin Scott Thomas e Matthias Schoenaerts, è basato sulla seconda parte del libro intitolata Dolce.

Sono sincera: non conoscevo questa splendida autrice la cui penna cruda, distaccata, a tratti spietata mi ha immediatamente rapita.

L’ho scoperta per caso in uno dei tanti pomeriggi impegnati a passare in rassegna i numerosi scaffali delle librerie a “portata di mano”. Questo, proprio poco prima che uscisse il film nelle sale cinematografiche.

Il romanzo fu scritto in presa quasi diretta con gli avvenimenti narrati dei primi bombardamenti su Parigi e la fuga in massa nella campagna degli abitanti per l’arrivo dei tedeschi nel giugno del 1940. Il progetto iniziale prevedeva la realizzazione di una sorta di “sinfonia” musicale composta da cinque movimenti. La ferocia degli uomini impedirà alla scrittrice, deportata nel più terribile campo di concentramento, di concludere la sua “sinfonia” che rimarrà costituita da due sole parti: Tempesta di giugno e Dolce.

I protagonisti indiscussi di quelli che potremmo chiamare “romanzi”, perché vivono entrambi di luce propria, non sono gli eventi della Storia con la S maiuscola, ma le piccole e grandi vicende quotidiane dei parigini, le loro reazioni e i loro comportamenti di fronte al terribile periodo storico che stanno vivendo. Con lucida spietatezza, Nemirovsky mette a nudo meschinità ed egoismi sordidi, spirito di sopravvivenza e ansia di amore.

E in Dolce il punto di vista privilegiato è tutto al femminile, di quelle donne rimaste sole perché i loro mariti, figli e fratelli sono partiti per la guerra o rimasti prigionieri.

E’ il caso di Lucille Angellier, una giovane donna che il padre ha costretto a sposare un uomo che non amava e che si trova in mano ai nemici. Lucille vive con una antipaticissima e dispotica suocera, sempre pronta a giudicare la giovane. Le due donne saranno costrette a ospitare un ufficiale tedesco  Bruno Von Falk, che di sera si siede al pianoforte e suona melodie bellissime. Musicista di grande talento, ha dovuto abbandonare il suo sogno fatto di musica, per andare in guerra. Tra i due giovani nasce prima una curiosità reciproca che ben presto si trasforma in un sentimento delicatissimo, ma ben più forte di qualsiasi passione intensamente vissuta.

Il film focalizza prevalentemente la sua attenzione proprio sulla parte che riguarda la famiglia Angellier, intitolata Dolce, il cui nucleo centrale è la passione, tanto più bruciante quanto più soffocata, che lega una «sposa di guerra» a un ufficiale tedesco.

E’ sicuramente il movimento della “sinfonia” che più si presta alla narrazione cinematografica; anche se riconosco che tutta la scrittura di Irène Nemirovsky presenta quel ritmo serrato tanto apprezzato dalla “decima musa”. In particolare, gli incipit dei suoi romanzi (leggi, ad esempio il romanzo Due) sembrano scritti per essere trasposti sul grande schermo. Il lettore di Irène si trova quasi a “divorare con gli occhi” le parole che ha di fronte.

Malgrado la trama si possa prestare a una interpretazione troppo romantica del film (la giovane sposa triste e sola che instaura una liaison elettiva con il bell’ufficiale tedesco), il regista è riuscito  a realizzare una pellicola prima di tutto rispettosa del testo a cui attinge pur, ovviamente, strizzando l’occhio ad alcune licenze dovute all’utilizzo di un linguaggio diverso da quello della scrittura.

Suite francese non è la storia d’amore o di passione  di due persone diverse che si conoscono in un terribile momento storico dell’umanità. Bensì l’ennesima dimostrazione per Irene Némirovsky che il bene e il male non stanno necessariamente da una parte e dall’altra. Anzi, che il più delle volte si confondono e che è possibile trovare il fiore della bellezza anche in mezzo al fango.

Bella la fotografia, efficaci le scenografie.