Biglietto lasciato prima di non andar via (Giorgio Caproni)

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Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai

partito.

 

Il mio viaggiare

È stato tutto un restare

qua, dove non fui mai.

(da Il franco cacciatore, 1982)

 

Il tema del viaggio viene considerato come un filo rosso che si dipana attraverso tutta l’opera poetica di Giorgio Caproni (1912 – 1990) , tanto da essere considerato come uno dei tre elementi portanti della sua poetica insieme al tema della madre e della città. Il valore del tòpos è chiaramente allegorico: il viaggio è quello della vita, dell’esistenza umana priva di certezze e della precarietà della nostra condizione. Queste due brevi terzine sintetizzano tutto il senso del vuoto e dell’assenza che pervade la poesia caproniana.

 

Altri versi della raccolta vengono richiamati:

 

Smettetela di tormentarvi.

Se volete incontrarmi,

cercatemi dove non mi trovo.

 

Non so indicarvi altro luogo.

 

 

 

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Consigli di lettura sotto l’albero – Anno 2017

Quelli che vi propongo sono tre libri di narrativa usciti nel 2017 e che testimoniano come il romanzo oggi sia  ben lungi dall’essere morto o in cattiva salute. La storia personale dei singoli personaggi si intreccia inestricabilmente con la Storia con l’iniziale maiuscola, con la situazione sociale e politica dei Paesi in cui si svolgono i fatti.  I primi due romanzi sono degli splendidi affreschi della storia dell’Europa degli anni Trenta e della crisi che precipiterà nel fascismo e nel nazismo. Il terzo è un potente thriller psicologico, attuale e profondo, ambientato nello stato di Israele che si confronta con le migrazioni dei profughi eritrei.

Buona lettura!

gerda

La ragazza con la leica di Helena Janeczek (Guanda, 2017) è la storia della prima fotoreporter caduta giovanissima sul campo di battaglia durante la guerra civile spagnola, la tedesca Gerda Taro al secolo Gerta Pohorylle. Donna unica, coraggiosa e libera non volle abbandonare il fronte quando non c’era più alcuna speranza. Fino al giorno della sua morte rifornì le principali riviste dell’epoca di immagini sensazionali, spesso scattate insieme al fotografo ungherese e suo compagno, Robert Capa. Romanzo molto ben documentato ma anche con una grande componente emotiva che non può non affascinare il lettore.

Libro particolarmente indicato per i lettori che amano la storia della fotografia o per chi desidera conoscere le grandi figure femminili del Novecento che hanno saputo difendere strenuamente i propri ideali fino all’ultimo.

 

Il-viaggio-di-Yash

Il viaggio di Yash di Jacob Glatstein, traduzione a più mani curata da Marisa Ines Romano (Giuntina, 2017)  è il racconto, intimo e corale, del viaggio di un ebreo diventato americano verso le sue origini mitteleuropee. Yash è l’alter ego dell’autore che ripercorre in senso inverso, da New York a Lublino in Polonia, la rotta delle migrazioni ebraiche in un periodo storico in cui chi poteva fuggiva dall’Europa a causa dell’ombra di Hitler che incombeva sempre più minacciosa.  Vivida ed eccezionale la descrizione dei volti e dei mondi interiori dei compagni di viaggio del protagonista.

Consigliato ai lettori che amano le  grandi saghe ebraiche del primo Novecento.

 

svegliare-i-leoniSvegliare i leoni è il secondo romanzo della giornalista e scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen tradotto in Italia da Ofra Bannet e Raffaella Scardi  per la la Casa Editrice Giuntina (2017). Tornano i temi delle migrazioni e del razzismo ma al giorno di oggi. La vita ordinaria di un onesto medico israeliano viene stravolta improvvisamente in una calda sera quando investe con la jeep un profugo eritreo nel deserto, per poi fuggire lasciando l’uomo al suo triste destino. “E tu cosa avresti fatto al suo posto?” sembra chiedere l’autrice al lettore che rimane incollato alle pagine dall’inizio alla fine. Perché è anche un libro che costringe a confrontarsi con se stessi, con le proprie fragilità morali e le inevitabili zone d’ombra che si annidano nella nostra coscienza.  Intenso, imprevedibile, immediato pieno di spunti di riflessione.

Libro da regalare a coloro che hanno già amato (e sono tanti) la prima prova dell’autrice,  Una notte soltanto, Markovitch (Casa Editrice Giuntina, 2015).

“Lo dice il mare”, a cura di Barbara Panetta (Edizioni Il Foglio 2017)

lo dice il mare

 

Il mare è una distesa blu leggermente increspata dal vento di ponente. Le barche ondeggiano al ritmo di una musica misteriosa che risale direttamente dal flusso delle maree e si lascia lambire dalla risacca. Sembra di sentirla quella musica, anche se nessuno la sta suonando, anche se quella melodia nessuno l’ha mai ascoltata a Sausalito. (tratto da “La leggenda dell’uomo seduto sul molo” di Francesco Villari)

Quante sono le voci del mare? Tante, tantissime, infinite. Mare come grembo materno che genera vita; mare come distesa azzurra che consola e divide allo stesso tempo; mare amico e amante che si pone in ascolto. Ma anche “mare del silenzio”, “un posto che non avvisa quando ti afferra né ti permette di scappare”.

Queste e molte altre voci riecheggiano nella raccolta di racconti  Lo dice il mare a cura di Barbara Panetta per Edizioni Il Foglio. Ancora una volta un’antologia dedicata alla distesa azzurra; questa volta però a raccontare il mare non sono i grandi classici della letteratura italiana o straniera, ma venticinque perlopiù giovani autori provenienti da esperienze molto diverse tra loro come cinema, grafica, teatro e poesia, con una passione in comune, appunto il mare. Il risultato è un prodotto policromo fatto di stili e generi letterari più disparati. Si va dal romantico al fantastico passando attraverso l’horror.

Il mare sempre uguale eppure sempre così diverso.

… la cosa tremenda che ha (il mare) è che un’onda arriva una volta, e non torna più. Non ce ne sarà mai una uguale. A pensarci, ti toglie il fiato, no? (tratto da “Alla deriva” di Sasha Naspini)

Accanto ai luoghi immaginari torbidi e cupi, esiste una geografia precisa di questo mare; è il mare del sud, come quello d’Ischia, ma soprattutto della Sardegna, luogo dal quale ci si allontana per poi ritornare, come nel racconto di Marina Atzori “Messaggio in bottiglia”:

Mi improvvisai marinaio salendo sulla mia piccola barca per ritrovare il bene più prezioso che avevo: me stesso.

Approdai così su un’isola, l’Asinara. Ero sempre stato persuaso dal fatto che questo sarebbe stato il luogo adatto per iniziare a pormi delle domande. Per quale assurda ragione, fino a quel momento, ero rimasto così a lungo lontano dalla mia terra d’origine? Eppure non volli mai tornarci. Cambiai idea solo il giorno in cui mio padre scomparve. Doveva pur esserci un inizio da qualche parte, lontano da tutto e da tutti dopo quel pugno nello stomaco.

 

Ogni racconto è corredato da una fotografia in bianco e nero realizzata da due bravi e attenti artisti, Diego Bullita e Francesco Turano.

Il libro è un omaggio a uno dei temi della narrazione più cari agli scrittori e ai poeti di ogni tempo e di ogni luogo, un’antologia moderna costruita come una traversata nel mare dell’animo umano, costellata di sofferenze, ricordi, gioie e tormenti.

 

Gli autori presenti nell’antologia: Luca Martini, Maria Silvia Avanzato, Piergiorgio Pulixi, Luca Raimondi, Barbara Panetta, René Corona, Tiziana Iaccarino, Alessandro Berselli, Sacha Naspini, Elisa Genghini, Gianluca Morozzi, Elisabetta Bagli, Gordiano Lupi, Fabio Mundadori, Francesca Viola Mazzoni, Mara Munerati, Francesco Villari, Patrizia Sorcinelli, Filippo Sorgonà, Fabrizio Carollo, Andrea Guglielmino, Massimo Padua, Andrea Broggi, Tommaso Franco.

 

Barbara Panetta, di origini calabresi, vive a Londra con la sua famiglia. I suoi studi linguistici, la passione per il ballo e la psicoanalisi l’hanno portata a scrivere il suo primo romanzo “Ricordi in movimento”. Ha partecipato a diverse antologie e si è occupata della traduzione di scritti critici specialistici collaborando con i musicisti Quagliarini e Viale.

 

 

 

Paolo Ciampi

 

ciampi

Cammino e vedo. Cammino e sono dentro le parole di Dino. La natura si fa verso o piuttosto il contrario, il verso si fa natura. Che è come dire che il fuori si fa dentro e viceversa. Passeggiare poetando: chi lo diceva? I passi nella poesia, la poesia nei passi. (So che si chiama la partenza o il ritorno tratto da “L’aria ride. In cammino per i boschi di Sibilla e Dino”)

Passioni. La straordinaria vita di Cristina Trivulzio di Belgioioso (Edizioni Il Foglio, 2015)

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Protagonista di questo romanzo storico della docente elbana Maria Gisella Catuogno, una #donnacheleggevatroppo dell’età risorgimentale, Cristina Trivulzio di Belgioioso, principessa dalla vasta cultura, abile con la penna e la parola. Lo studio e la lettura furono solo due delle tante, appunto, passioni di questa nobile dalla personalità poliedrica: rivoluzionaria ma anche filantropa, avventuriera e allo stesso tempo insofferente all’oppressione straniera. Cristina, bella, di una bellezza particolare, definita “assetata di verità” dal poeta romantico Heinrich Heine, sedusse con il corpo e con la mente schiere di uomini di tutte le età.

A dodici anni, aveva già il fascino e la grazia di una giovane donna: a differenza della madre, robusta e prosperosa, lei era alta e esile come un giunco, con grandi occhi, scuri come la notte, e una chioma abbondante, fluente, naturalmente mossa, che portava, con la scriminatura nel mezzo, semiraccolta, o a chignon sullo splendido collo. 

Lo studio, la musica, la pittura, le riempivano le giornate: tutto l’affascinava e la gratificava. Non c’era una disciplina o un’arte, in cui, applicandosi non riuscisse e di cui non fosse disposta a scoprire la profondità e il valore.

Un personaggio, dunque, con tutte le caratteristiche per catturare subito il lettore, ma che sembra prima di tutto aver conquistato la sua autrice in maniera totale; del resto Maria Gisella Catuogno ha dichiarato di aver sempre amato il movimento culturale che fa da sfondo alla vicenda di Cristina Trivulzio di Belgioioso, il Romanticismo. L’autrice  si cala con empatia nel ruolo della protagonista riuscendo a restituire un ritratto particolarmente vivido e reale. Alla condivisione di emozioni e sentimenti ha poi saputo unire uno studio rigoroso e dettagliato delle fonti storiche che dà grande spessore al personaggio.

 

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Francesco Hayez, Ritratto di Cristina Belgiojoso Trivulzio, 1830-31

Cristina Trivulzio divenuta principessa di Belgioioso con il matrimonio contratto da giovanissima con il dongiovanni Emilio, ebbe il coraggio di sfidare il perbenismo e l’ipocrisia della società ottocentesca lasciando il marito che ripetutamente la tradiva e che aveva minato per sempre la sua salute.

Contemporaneamente si unì con grande determinazione alla causa patriottica che alla fine le causò l’esilio prima dalla sua  amata Milano, poi dall’Italia con lunghi soggiorni in Francia, soprattutto a Parigi. Sarà proprio qui che Cristina entrerà in contatto con tanti artisti come De Musset, Liszt, Rossini e darà inizio alla sua attività giornalistica fondando la Gazzetta italiana.

Mi piace di lei evidenziare la passione per i libri e la lettura che le fece compagnia anche negli anni difficili e intensi dell’esilio.

I lungosenna erano tra i luoghi preferiti del passeggio della principessa in esilio e le soste ai banchetti dei librai il passatempo privilegiato di questi momenti.

Indugiare presso i bouquinistes per qualche occasione libraria, sfogliare le pagine ingiallite dal tempo di opere francesi, ma soprattutto italiane, la inebriava di un benessere quasi fisico. Natura e cultura – pensava allora – quale binomio più affascinante!?

Cristina visse da protagonista i moti rivoluzionari del ’48, curò le ferite dei soldati e organizzò centri educativi per i figli dei contadini.  Ma non rinunciò al suo desiderio di divenire madre. Con la piccola Maria compì una serie di viaggi appassionanti raggiungendo l’isola di Malta, la Grecia, la Turchia e Gerusalemme. In particolare si interessò alla difficile condizione delle donne non occidentali, argomento ancora oggi estremamente attuale.

Così scrisse all’amica Caroline “destinataria dei (suoi) reportage di viaggio in Oriente”:

L’entrata principale dell’harem si chiama Porta delle Carrozze, perché a nessuna donna è permesso oltrepassarla se non in carrozza.  Capisci, Caroline? Un ghetto, una prigione dorata in cui vivono come schiave, sebbene di lusso, centinaia e centinaia di donne.

Ma che prezzo pagano quelle donne – ecco di nuovo la Cristina razionale e progressista -; vivono la loro vita segregate tra interni e giardini, eppure so di famiglie caucasiche o georgiane che aspirano a far diventare le loro ragazze, ancora vergini, odalische, cioè domestiche di mogli e concubine del sultano, sperando di far compiere loro il salto sociale di diventare come le loro padrone, dopo essere state solo schiave sessuali dell’unico gallo del pollaio.

Maria Gisella Catuogno in questa sua prima esperienza nella narrazione romanzesca mostra già tutte le qualità che poi ritroveremo ulteriormente affinate nel secondo lavoro D’amore e d’acqua dedicato a Georges Simenon. Grande rigore e capacità di analisi ma anche  profonda sensibilità che le viene dal suo essere scrittrice e poetessa allo stesso tempo, due modi molto diversi di approcciarsi al mondo e alla scrittura.

Passioni è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, avvincente nella narrazione della storia personale della protagonista e della Storia italiana ed europea, ma che fa anche molto riflettere sulla dura conquista della emancipazione femminile.

Da leggere e rileggere perché ci accompagna per mano attraverso gli eventi storici più importanti dell’Ottocento italiano ed europeo e ci fa (ri)scoprire una figura femminile straordinaria, con l’approfondimento della biografia e la piacevolezza dell’invenzione.

Il libro si è classificato primo nella sezione Narrativa/Saggistica Edita del Premio Casentino 2017.

 

Per saperne di più sull’autrice e sul romanzo D’amore e d’acqua:

https://ladonnacheleggevatroppo.wordpress.com/2017/09/02/damore-e-dacqua-viaggi-avventure-passioni-dei-giovani-georges-simenon-e-tigy-simenon-di-maria-gisella-catuogno-edizioni-il-foglio-2017/

 

Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano di Gordiano Lupi (Historica Edizioni, 2015)

miracolo a piombino

Al centro del poetico racconto Miracolo a Piombino, il cui titolo rende omaggio al capolavoro di Zavattini e De Sica, si trova  il tema della diversità, della solitudine umana in cui si trovano a vivere tutti coloro che non si riconoscono negli altri, nella società in cui sono inseriti. Il giovane e tormentato Marco, come il suo amico immaginario, Robert il gabbiano, è spaventato dalla vita e da ciò che teme di non essere. Ha 17 anni ed è fragile e insicuro; non sopporta ciò che è troppo diverso da lui.

 

Si sentiva solo, come non lo era mai stato, pure in mezzo ai compagni… Si sentiva solo perché non aveva la forza di raccontare il suo mondo, perché stava recitando una parte che non sopportava, un ruolo che altri avevano deciso per lui.

 

Anche Robert, il gabbiano vive l’inadeguatezza di inserirsi nel gruppo dei pari e un’esistenza fatta di solitudine e di rimpianti di affetti perduti, in particolare quello della madre trafitta dagli spari di un essere umano che “l’aveva uccisa per gioco”.

gabbiano

Robert era un gabbiano triste perché non era capace di vivere la vita del branco. Nessuno glielo aveva mai insegnato e adesso credeva che fosse tardi per imparare. La colonia di giovani uccelli marini lo evitava come un appestato, nessuno si sarebbe sognato di avvicinarlo e di scambiare grida festose con lui.

 

Nonostante le riluttanze iniziali, Marco impara a desiderare ardentemente di mettersi alla ricerca del senso profondo della vita, dimenticare un passato fatto di dolore e andare incontro al suo avvenire. Sarà proprio Robert a insegnargli che si può imparare a volare.

Nel romanzo è presente una commistione di vari richiami letterari; a me piace segnalare in particolare il rimando al decadentismo e simbolismo della cultura francese di fine Ottocento. Il contrasto tra individuo e società, l’opposizione tra spleen e idéal, il battello ebbro che va alla deriva, il viaggio come evasione. Sono tutte tematiche care a Charles Baudelaire e Arthur Rimbaud. Nella solitudine del gabbiano Robert, che non è altro che l’alter ego del giovane Marco, rintracciamo la condizione del goffo albatros baudelairiano che viene deriso e schernito dagli esseri umani sulla tolda della nave.

 

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!

Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!

L’un agace son bec avec un brule-gueule,

L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait.

 

L’alato viaggiatore com’è maldestro e fiacco,

lui prima così bello com’è ridicolo ora.

C’è uno che gli afferra come una pipa il becco,

c’è un altro che mima lo storpio che non vola.

(L’albatros, traduzione di Antonio Prete)

E’ la condizione di straniero e incompreso  propria del poeta  nel moderno. L’albatro, che per sua natura vola maestoso sopra i mari, sul ponte della nave si muove goffamente, impedito dalle grosse ali che in questo contesto risultano solo un peso. I marinai si divertono dei suoi sforzi, lo deridono per la sua inadeguatezza. Tale è la condizione esistenziale del poeta, precipitato a terra dalle alte sfere dell’idéal e costretto a vivere in un universo borghese e ipocrita.

Non resta allora che lasciare gli ormeggi, affrancarsi dai dettami della società e partire per l’ignoto.

Sognava di partire a bordo d’un vascello fantasma fra l’odore delle tamerici marine e degli oleandri. Sognava d’andare lontano, alla deriva del proprio futuro, cercando nella morte verde del canale in tempesta il colore del sole. Sognava di raggiungere la fine del mondo.

E’ il desiderio dell’inquieto battello-Rimbaud che va alla deriva:

J’ai rêvé la nuit verte aux neiges éblouies,

Baiser montant aux yeux des mers avec lenteurs,

La circulation des sèves inouïes,

Et l’éveil jaune et bleu des phosphores chanteurs!

 

Ho sognato la verde notte delle nevi abbagliate,

bacio che sale lento agli occhi dei mari,

la circolazione di linfe inaudite,

e il giallo risveglio e il blu dei fosfori cantori!

(Il Battello ebbro, traduzione di Dario Bellezza)

Per scoprire, poi, che la fuga è solo ritorno, riscoperta di “lidi consueti”. “Un lungo viaggio per rivedere il punto di partenza”.

Abbiamo affrontato l’ignoto per capire noi stessi. Adesso è tempo di tornare.

Alle acque ricche e luminose degli Oceani sperimentate durante il suo viaggio, il battello ebbro alla fine contrappone quelle torbide e stagnanti di una pozzanghera in Europa dove un fanciullo fa navigare la sua barchetta di carta. La quotidianità tanto esecrata, fatta di convenzioni e di schemi, può essere rivissuta con occhi e cuore nuovi.

Bisognava smettere di fuggire di fronte alla vita.

 

Del resto, sono proprio questi autori francesi le letture preferite dal protagonista del libro, l’adolescente Marco.

… in mezzo a tutti quei libri da leggere che popolavano la sua vita, cose che portavano via ore importanti, al punto che toccava passare notti insonni sfogliando pagine dei poeti, accarezzando i vers i di Rimbaud, Baudelaire, Verlaine, Lautréamont.

Storia delicatissima e fiabesca che cattura l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine. Sullo sfondo i profumi e i colori di una suggestiva Piombino che più che spazio fisico è uno spazio dell’anima.

Conclude il libro,  il racconto Il ragazzo del Cobre che affonda lo sguardo nella difficilissima condizione dell’adolescenza del Terzo Mondo.

Da segnalare, una suggestiva appendice fotografica di Riccardo Marchionni.

Gordiano Lupi dirige Il Foglio Letterario e collabora con numerose riviste. Traduce gli scrittori cubani ed è autore di numerosi libri, molti dei quali dedicati alla sua città come Lettere da lontano, Piombino tra storia e leggenda, Cattive storie di provincia, Piombino leggendaria, Piombino a tavola, Alla ricerca della Piombino perduta, Calcio e acciaio -Dimenticare Piombino.

 

 

“D’amore e d’acqua. Viaggi, avventure, passioni dei giovani Georges Simenon e Tigy Simenon” di Maria Gisella Catuogno (Edizioni Il Foglio, 2017)

simenon

 

La cura per ogni cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime o il mare.

(Karen Blixen)

E’ sicuramente il libro dell’estate perché dalle sue pagine sembra proprio sprigionarsi il profumo di salsedine, vento e rosmarino in fiore delle numerose isole di cui si parla. Non manca neppure l’ingrediente amoroso imprescindibile in ogni storia dai toni lievi e piacevoli. Eppure dietro al romanzo D’amore e d’acqua di Maria Gisella Catuogno c’è una ricostruzione storica molto ben documentata che porta alla ribalta notizie, luoghi e personaggi spesso molto famosi. A partire dai protagonisti, il celebre Georges Simenon, uno degli scrittori più letti, amati e tradotti in tutto il mondo, e sua moglie, la pittrice Régine detta Tigy Renchon.

L’ultimo libro di Maria Gisella Catuogno, a metà tra realtà e finzione, rilegge i viaggi acquatici (acqua dolce e salata) e le avventure erotico-sentimentali di colui che è conosciuto principalmente come l’ideatore del commissario Maigret.

Lo scrittore era sopraffatto spesso da un desiderio irrefrenabile di essere altrove, di muoversi e viaggiare continuamente. Così quando si trovava a Parigi bramava ardentemente le isole per poi una volta là sognare di tornare a casa. In particolare, la vita sull’acqua per Simenon rappresentava un’ottima via di fuga dall’insofferenza, dalla noia e dalla mancanza di ispirazione letteraria.

La vita sull’acqua lo tranquillizza, lo mette in armonia con il ritmo della natura: il fiume, col suo scorrere lento o impetuoso, col suo nascere zampillo per poi arricchirsi d’affluenti e mirare alla foce, mescolandosi al mare e in esso trovando pace, diventa per lui metafora dell’avventura esistenziale di ogni creatura umana, dalla nascita alla morte. 

 

Irrefrenabile era anche la sua voglia di scrivere, scrivere sempre. E di amare, tanto che pur essendo molto legato a sua moglie sentiva il bisogno di “conoscere” tutte le belle donne che incontrava. Soprattutto, la giovane cameriera Boule con la quale aveva una assidua frequentazione.

L’autrice con grande abilità narrativa riesce a riprodurre ogni sfumatura dell’anima irrequieta dello scrittore, così come il disagio e la sofferenza provati in silenzio dalla moglie Tigy, che pur di non perdere il marito è rassegnata a far finta di non conoscere i suoi continui tradimenti. Di fronte alla eccessiva esuberanza sentimentale dello scrittore, ampiamente documentata, Maria Gisella Catuogno utilizza la chiave dell‘ironia in modo tale che il protagonista finisce per essere quasi “perdonato” dal lettore.

Dopo alcuni soggiorni rigeneranti in alcune isole, tra cui Porquerolles in Costa azzurra, Georges, Tigy e Boule decidono di attraversare da nord a sud i canali e i fiumi di Francia con una piccola imbarcazione, la mitica Ginette. Durante i sei  mesi di navigazione, Simenon ritrova una dimensione più autentica a contatto con la natura e non perde occasione per osservare persone, luoghi, particolari e trovare così spunti interessanti per i suoi romanzi.

Ha visto donne chine sui massi della riva a lavare il bucato, bambini a giocare sulle sponde o a bagnarsi allegramente nelle assolate giornate estive: tutti hanno lasciato in lui una scheggia di memoria, che accantona per farne tesoro al momento giusto, scrivendo.

A volte anche una silhouette appena intravista diventa pretesto d’un romanzo, non lo abbandona finché non vi ha costruito attorno una storia.

Poi, come sempre succede, il ritorno alla città tentacolare e cosmopolita, Parigi, con la solita vita fatta di eccessi, feste e trasgressioni. Ben presto, però, decideranno di tornare a vivere en plein air “ma lo faranno alla grande”. Questa volta navigando verso il Mare del Nord con un’imbarcazione molto più comoda e grande, l’Ostrogoth. 

Al mercato di Liegi, Simenon è attratto dal campionario umano che lo ispira per le sue creazioni. In particolare, la sua creazione per eccellenza. Il celeberrimo commissario Maigret.

La gente interessante che Georges vede la imprime nel suo cervello come una lastra fotografica, poi mnemonicamente la incasella nel fascicolo giusto e la tirerà fuori al momento opportuno.

Per esempio, un signore distinto, corpulento, con un cappotto col colletto di velluto, che si muove tra i banchi con fare sornione, ma attento e puntuale nell’esame delle merci, gustandosi il tabacco dolciastro di una pipa che, oltre se stesso, costringe anche chi gli sta intorno a deliziarsene, potrebbe essere un poliziotto in borghese, magari un commissario cui è stata affidata un’indagine delicata alla ricerca delle prove che inchiodino l’assassino.

… sono così preso dal lavoro perché ho creato un nuovo personaggio, che m’intriga parecchio e da cui non riesco più a staccarmi col pensiero.

Chi è? Di chi si tratta?

E’ un commissario di polizia… fisicamente lo descrivo come un tizio che ho visto al mercato di Liegi, un tipo calmo e razionale che guardava le merci sui banchi con estrema attenzione ma senza lasciarsene coinvolgere, con metodo investigativo insomma… mi è sembrato perfetto per trasformarlo in un uomo di legge.

 

Il viaggio acquatico più significativo è rappresentato dalla crociera di cinque mesi sul Mediterraneo a bordo della goletta a vela, l’Araldo con equipaggio dell’Isola dell’Elba. In quest’occasione, lo scrittore tiene un diario di bordo pubblicato nel 1999 da Le Castor Astral con il titolo La Méditerranée en goélette. Le tappe del periplo sono Malta, Tunisi, Sicilia e Sardegna, ma soprattutto l’Elba, l'”isola a forma di pesce” e terra natale dell’autrice di questo libro.

 

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Immagine tratta dalla pagina Facebook del libro

 

Ben presto, in lontananza, comincia a assumere le forme consuete, la terra d’origine dell’equipaggio, l”Elba: dall’acqua emergono i colli conosciuti, seppure ancora sfocati dalla lontananza, le riviere ridenti, i borghi che sembrano presepi; e man mano che ci si avvicina , le due note dominanti di colore, il blu scuro del mare ancora sostenuto dal ponente teso e terso, e il verde della macchia mediterranea, che, in certi punti, s’inchina quasi a sfiorare il litorale. Il sole è alto, superbo, la luce accecante.

Sull’isola Simenon si lascia andare a considerazioni morali e filosofiche sulla popolazione elbana che affronta la crisi economica degli anni ’30 con grande dignità e saggezza.

Eppure la loro non è miseria, è povertà sopportata a testa alta e addolcita dalla solidarietà tra parenti e amici. Rifiutano qualsiasi offerta. Lui è commosso e turbato da quell’atteggiamento: capisce di aver sbagliato a insistere e se ne vergogna.

Da segnalare anche il pittoresco episodio, immaginato dall’autrice nel porto del Cavo d’Elba,  che vede Simenon   impegnato in una cena en plein air a bordo dell’Araldo, a base di cacciucco, in compagnia di Filippo Tommaso Marinetti, padre del futurismo e sua moglie Benny.

In quest’ultima parte del libro, un ruolo speciale hanno le isole del Mediterraneo, dopo l’Elba, la Sicilia con i suoi miti omerici, poi Malta “centro di scambio e rifugio di moltissime popolazioni” e la Sardegna, in particolare l’isoletta di San Pietro.

Bel libro di viaggi a cui non manca proprio nulla perché accattivante, ma ricco anche di riflessioni storiche e filosofiche, con una scrittura scorrevole e agile. Per il lettore risulta molto facile appassionarsi alle vicende e alle peregrinazioni dei coniugi Simenon in giro per il mondo. E’ un romanzo che coinvolge molto anche dal punto di vista emotivo, tanto che una volta finito non vediamo l’ora di ricominciare a leggerlo.

 

Maria Gisella Catuogno è nata all’Isola d’Elba dove vive e insegna Italiano e Storia. I suoi primi lavori sono stati la raccolta di poesie Parole per amore (Libroitaliano) e Il mio Cavo tra immagini e memoria (Nidiaci), dedicato al suo paese natale. Successivamente sono usciti Mare, more e colibrì (Liberodiscrivere), e Brezza di mare (Ibiskos-Ulivieri). La raccolta di racconti Riviere e di poesie Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni sono stati editi da Onirica. Ha partecipato a esperienze di scrittura collettiva con Il volo dello struffello (Liberodiscrivere), Malta femmina (Zona) e In territorio nemico (Minimum Fax). Nel dicembre 2016 è stato edito per Il Foglio Letterario il romanzo storico Passioni ispirato all’eroina risorgimentale Cristina Trivulzio di Belgioioso. E’ presente nei blog letterari Liberodiscrivere e Viadellebelledonne e collabora a riviste e testate giornalistiche locali.

Il viaggiatore felice di Alfonso De Sio (Marlin Editore, 2016)

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto “non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro.

ilviaggiatorefeliceNon è un diario di viaggio come gli altri perché non ci sono scansioni temporali né descrizioni dettagliate delle bellezze artistiche e naturali dei luoghi visitati. Il viaggiatore felice di Alfonso De Sio è piuttosto la narrazione intima e autentica delle relazioni umane instaurate dal protagonista del libro che rievoca, in età avanzata, le sue numerose peregrinazioni in giro per il mondo, compiute dalla giovinezza alla maturità.

Del periodo universitario, emblematici i racconti dei primi viaggi in autostop nel secondo dopo guerra.

“A quei tempi il viaggio in autostop in Europa era una pratica consueta, perché più semplice e perché probabilmente garantiva una maggiore circolazione di giovani di ogni nazionalità. Faceva eccezione l’Italia, dove era quasi completamente sconosciuto. In Inghilterra, invece, questo sistema aveva raggiunto un incremento eccezionale, come avevo già sperimentato arrivando a Londra da Dover e come, a dire il vero, mi era stato già spiegato dai compagni degli alberghi della gioventù”.

Il viaggiatore felice è un avvocato salernitano che ha dedicato buona parte della propria esistenza ai viaggi in solitaria e in compagnia di sua moglie, attraverso tutti i continenti. E in quasi tutti i Paesi del mondo riconosce sinceramente di aver riscontrato la stessa disponibilità, la stessa collaborazione, e lo stesso senso di fratellanza verso lo straniero. Nel suo anelito di conoscenza dell’animo umano, che è la vera ragione del viaggio, ribadisce più volte di aver sperimentato la gentilezza delle persone, sorrisi e consigli amichevoli da parte degli abitanti dei luoghi visitati.

Una sorta di Candido volterriano al contrario o un moderno Pangloss:  nel libro di Voltaire alle tremende sventure subite da Candido si contrappone l’ottimismo a oltranza del filosofo Pangloss, irrimediabilmente convinto che viviamo nel migliore dei mondi possibili.

Per De Sio viaggiare ha sempre significato un’opportunità di incontro con l’altro, di apprezzamento della diversità culturale e condivisione di sentimenti.

Viaggiare è ritrovare quello che gli antichi grevi chiamavano àgape , ovvero quell’affetto che lega un essere umano a un altro, a qualunque latitudine. Così ogni volta che si parte, si inizia un doppio cammino, uno reale, fisico, l’altro simbolico, introspettivo: scopriamo nuove terre e, nel medesimo istante, noi stessi.

La tesi del libro potrebbe apparire alquanto ingenua e semplicistica, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti storico-politici che riguardano l’Europa e non solo, come lo stesso autore riconosce. Ma, nonostante tutto, rincuora profondamente il fatto che ci sia qualcuno che crede ancora sia possibile costruire un mondo di pace.

 

Alfonso De Sio

Alfonso De Sio, nato a Cava de’ Tirreni nel 1928, si è laureato in Giurisprudenza nel 1950 e in Scienze politiche due anni dopo. In seguito ha conseguito il diploma per l’insegnamento di Diritto, economia e scienze finanziarie presso l’Istituto Nazionale Kirner. Ha frequentato per due anni l’Istituto Orientale di Napoli, dove ha studiato Lingua e Letteratura cinese. Avvocato dell’INPS, ha raggiunto il 1° grado di Coordinatore Generale responsabile per la Campania, presso la sede regionale di Napoli. La passione per le lingue gli ha fatto studiare ed apprendere il francese, il tedesco, l’inglese e, abbastanza per comunicare, l’arabo, il russo e il cinese. Esercita tuttora, anche se in maniera ridotta, la professione di avvocato. Dall’Ordine Professionale della Provincia di Salerno nel 2014 gli è stata conferita la medaglia d’oro per i 50 anni di attività.

“Controvento – Storie e viaggi che cambiano la vita” di Federico Pace (Einaudi, 2017)

Il ritorno dell’estate. La brezza e le curve inattese. La sensazione che possa accadere di nuovo qualcosa. L’inspiegabile convinzione che il misterioso meccanismo del tempo, con tutti i suoi avvenimenti, possa rimettersi in moto davvero, lasciandoci intravedere qualcosa: una piazza, un volto, una persona. Qualcosa che prima non si era veduto e che, nel torpore dell’inverno, si era smesso di immaginare e desiderare.

controvento

Immagine tratta da Twitter di Federico Pace

Controvento – Storie e viaggi che cambiano la vita di Federico Pace è uno dei libri più letti quest’estate. Si tratta di ventisette brevi racconti biografici con licenza poetica dedicati ad altrettanti esponenti del mondo della cultura europea e non.

Il libro di Federico Pace, intenso e complesso, racconta i viaggi che hanno segnato in maniera indelebile l’esistenza di artisti, musicisti, scrittori, architetti e scienziati. Tanti brevi o lunghi viaggi (in auto, treno, nave, aereo) che hanno determinato una lacerazione o un ricongiungimento, creato un’amicizia o decretato la fine di un amore. Dall’abbandono della grigia civiltà di Paul Gauguin che parte alla volta di Tahiti alla traversata oceanica di Albert Einstein in fuga dalla follia nazista, dal viaggio di David Bowie sulla transiberiana al cammino di Vincent Van Gaugh alla ricerca del pittore Jules Breton.

 

Per citare solo alcuni dei nomi più famosi; ma ve ne sono altri sicuramente meno noti al grande pubblico. Le storie che hanno per protagonisti questi ultimi personaggi hanno il merito di recuperare figure importanti della nostra cultura cadute – ahimé – nell’oblio. Come la scrittrice Anna Maria Ortese di cui viene narrato il viaggio di ritorno a Napoli dopo l’infanzia trascorsa in Africa.

La scrittura, che procede per ellissi, rallentamenti e accelerazioni, richiede una certa dose di concentrazione, ma occorre stare al gioco se vogliamo provare più gusto alla fine nella lettura.

Dalle biografie un po’ romanzate di Federico Pace emerge la vera dimensione del viaggio: non significa solo andare alla scoperta di nuovi luoghi più o meno vicini, ma metterci alla prova e recuperare la vera dimensione di noi stessi, fare in modo che le cose importanti della vita comincino ad accadere.

Libro stimolante e sorprendente. Per lettori dal “palato fine, molto fine”.

 

Federico Pace è nato nel 1967 a Roma, dove vive. Scrittore e giornalista, da vent’anni lavora per il Gruppo Espresso. Ha pubblicato Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza (Einaudi 2008) e La libertà viaggia in treno (Laterza 2016).